lunedì 23 aprile 2012

La follia del pareggio di bilancio costituzionale


L’introduzione nella Costituzione di un vincolo così rigido per la politica economica potrebbe rivelarsi estremamente dannoso, le conseguenze di una tale forzatura potrebbero essere a breve destabilizzanti per un sistema economico fortemente condizionato dal debito come quello Italiano, generando recessione ed instabilità socio-economica.
La ragione di un tale provvedimento, per altro manifestamente etero diretto (o etero imposto), corrisponderebbe all’esigenza di ridurre la possibilità dei futuri governi a guida prettamente politica, di far ricorso alla spesa pubblica per fini di consenso. Problema certamente esistente in Italia.
Tuttavia, esiste una fondamentale ed insanabile discrasia fra ciò che questo provvedimento mira ad ottenere e quelli che potrebbero essere i reali effetti della dinamica innescata da tale vincolo, stando alle attuale condizioni Economico-Finanziare del nostro paese.
Questa erronea valutazione attiene fondamentalmente alle condizioni congiunturali e strutturali dell’economia Italiana, al rapporto fra Stato ed enti locali ma anche fra Stato e Stato in termini di “timing” delle politiche economiche, nonché all’introduzione di un conflitto implicito all’interno della Costituzione stessa.
In primo luogo, l’Italia soffre di una stagnazione del reddito (mancata crescita) che è molto più lunga di quella registrata negli altri paesi europei. Ormai si può dire che la stagnazione dell’economia italiana sia almeno ventennale. Le cause di un tale rallentamento sono note ed attengono fondamentalmente alla crisi del modello industriale italiano ed alla sua difficoltà di trasformarsi.
La crisi in Italia è di lungo periodo, cause diverse da quelle degli altri paesi europei, e necessiterebbe di risposte diverse, risposte di lungo periodo.
Riconversioni produttive ed investimenti infrastrutturali di rilievo, necessiterebbero nel breve periodo, della possibilità di ricorrere al debito. Altre prospettive di rilancio, basate su una diversa allocazione del reddito disponibile tra le fasce sociali, (Basic Income) necessiterebbero anch’esse nella fase transitoria di un esposizione dello stato per cifre superiori alle entrate correnti.
Di conseguenza alcuni strumenti di politica economica essenziali per il rilancio, smettono semplicemente di essere nella disponibilità dei decisori, in quanto nessuna di queste può essere classificata come “catastrofe” e rientrare nella riserva di legge.
Il debito pubblico finirà per avere un peso maggiore, condizionando, o per meglio dire, paralizzando ogni intervento economico.
Partiamo dal Documento Economico Finanziario appena varato, le stime governative sono sempre ottimistiche, storicamente, sottostimano i parametri negativi (inflazione programmata, disoccupazione) e sovrastimano quelli positivi (minore riduzione del PIL rispetto a tutte le altre previsioni).
Una sottovalutazione della caduta del PIL avrà inevitabilmente effetti a catena sulla conduzione della politica economica. Se la previsione è sbagliata il rapporto debito/PIL aumenta in misura maggiore del previsto, aumenta l’incidenza degli interessi, ma il saldo deve comunque rimanere invariato e quindi, ad ogni previsione sbagliata deve corrispondere una manovra correttiva fatta di tasse o di nuovi tagli.
Entrambe le soluzioni portano ad una ulteriore caduta del PIL, ad una ulteriore manovra correttiva e via proseguendo, con effetti recessivi potenzialmente illimitati.
Lo stesso effetto a catena potrebbe essere generato da variazioni nello spread dei nostri titoli, grandezza che è fuori dal nostro controllo.
Per queste ragioni un nutrito gruppo di Premi Nobel (tra cui Solow) hanno di fatto impedito con un appello che Obama introducesse il pareggio di bilancio nella Costituzione degli Stati Uniti.
Ulteriori problemi nasceranno, in particolare, nel combinato disposto con le norme già in vigore, specialmente per ciò che riguarda il Patto di Stabilità interno. Il dissesto di bilancio di un piccolo, o grande, comune italiano non può più essere sanato dallo stato.
Ma questo anziché generare un circolo virtuoso genererà ulteriori rigidità di bilancio, con gli amministratori locali chiamati ad accantonare risorse per le emergenze, verosimilmente, tagliando i servizi e generando tensioni sociali (anch’esse costose).
La stessa alternanza dei governi creerà instabilità, una eventuale caduta di un governo, regione o provincia, che sia anticipata rispetto alle scadenze diventa catastrofe? Non lo è ma potrebbe esserlo se i saldi di bilancio sono chiusi.
Sul piano costituzionale si rischierà di avere un conflitto fra norme, l’art. 3 assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano lo sviluppo delle persone e l’uguaglianza delle stesse. Cosa accadrebbe nel caso in cui lo stato, per via del vincolo di bilancio, dovesse intervenire ulteriormente sulla scuola o sulla sanità intaccando i livelli percepiti come “essenziali” dalla popolazione?
Oltre certi limiti il vincolo di bilancio potrebbe diventare ostativo delle funzioni che la Costituzione stessa assegna allo Stato.
In conclusione, l’approvazione forzata, quasi senza discussione da parte dell’opinione pubblica, di un provvedimento dalle conseguenze potenzialmente devastanti come l’obbligo del pareggio di bilancio, rappresenta a mio avviso, la peggiore delle scelte politiche che si potevano compiere da parte del governo tecnico.

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