mercoledì 13 giugno 2012

Krugman, Zingales e la politica monetaria dell'Eurozona


Con la crisi che avanza, la ricchezza che diminuisce e l’euroscetticismo che raggiunge livelli preoccupanti, ritorna anche il dibattito storico fra “interventisti” e “rigoristi” nella gestione della politica monetaria, della BCE in questo caso.
Rispondo, a mia volta, alla replica che Luigi Zingales offre alle analisi di Paul Krugman, nell’articolo “L’indipendenza da preservare”, pubblicato da “Il sole 24 ore” il 27 Aprile 2012, all’indomani della vittoria di Hollande in Francia.
Krugman stà proponendo quale ricetta per uscire dalla crisi, un intervento delle autorità monetarie che, allentando i vincoli sull’emissione di nuova moneta, potrebbero contribuire a ridare ossigeno alle economie europee (ma anche a quella americana) strette da una crisi che stà minando alla base i fondamentali produttivi.
Zingales contesta questa soluzione sulla base di due convincimenti: il primo, di ordine economico, è che l’aumento della base monetaria con funzioni di stimolo al sistema economico ci riporterebbe ad un’inflazione stile anni ’70, il secondo, di ordine tecnico-morale, è che essendo il banchiere centrale non eletto, non spetterebbe ad esso il potere di riallocare risorse economiche, potere che spetterebbe solo ad organismi eletti quali i governi.
Zingales di conseguenza, obbedendo alla più ortodossa tradizione liberista, si oppone ad espansioni monetarie e propone forme “mirate di rinegoziazione del debito”, che messe in pratica dal governo, scontenterebbero qualcuno, ma sarebbero gestibili con più equità rispetto ad un’ondata inflazionistica.
A mio avviso la lettura di Zingales, pur avendo elementi interessanti, è criticabile in più di un punto .
In primo luogo, non abbiamo certezza che un’espansione monetaria della BCE provochi necessariamente inflazione, o livelli elevati della stessa. Da quando esiste l’Euro non è mai stato così, anche quando la BCE è intervenuta rilasciando il tasso di interesse all’indomani dell’avvento di Draghi.
In secondo luogo perché la BCE stà già espandendo l’offerta di moneta, ma con un meccanismo abominevole che si stringerà come un cappio attorno al collo dei paesi indebitati.
La BCE ha prestato all’1% enormi quantità di moneta alle banche private, le quali comprano titoli di Stato che renderanno nel tempo dal 5% al 7%  circa. Di conseguenza queste somme di denaro arrivano agli stati (espansione monetaria) ma il debito aumenta, il surplus che le banche riceveranno sarà pagato dai cittadini italiani sotto forma di tasse o riduzioni di spesa.
Questo meccanismo, ingiusto, immorale, antidemocratico, è posto in essere proprio da un organo non eletto.
C’è di più, il governo Monti, non eletto, quindi non in grado secondo Zingales di riallocare risorse, ha assicurato, attraverso lo Stato, le banche private dal fallimento. Ergo, se il surplus pagato dallo Stato non basta, interverrà ancora lo Stato, quindi i cittadini.
Rimuovere temporaneamente il vincolo che ha la BCE di non prestare all’1% agli stati membri in modo diretto, durante una crisi come quella odierna, non è detto che debba necessariamente provocare inflazione visto che il prodotto è in caduta. Avrebbe invece un immediato effetto deterrente sulla speculazione, in termini di spread.
Al contrario, aspettare ancora, potrebbe voler dire far deteriorare capitale infrastrutturale (impianti industriali) ed umano (lavoratori) facendo si che a crisi finita (se e quando), la capacità produttiva potrebbe essere di molto inferiore a quella odierna, cosa che potrebbe ridurre le prospettive di sviluppo europeo per decenni.
In definitiva, mettere da parte l’integralismo economico, intervenire con un mix di politiche fiscali e monetarie concordate a livello europeo, incluse forme di rinegoziazione del debito (almeno quello nuovo con le banche che ho descritto prima), potrebbe essere la strategia a cui Krugman fa riferimento nei suoi appelli contro l’austerità a tutti i costi.
Non sempre è necessario essere bianchi o neri, ci sono molte gradazioni di grigio oggi in Italia ed in Europa, come dimostrano i governi tecnici che riallocano la ricchezza, pur non essendo eletti.