giovedì 24 novembre 2011

I licenziamenti facili e le dimissioni impossibili.

L'evoluzione del dibattito politico è sempre piuttosto casuale e mette a confronto spesso situazioni paradossali.

Ad esempio la richiesta di dimissioni presentata da 4 (ripeto 4) esponenti del PD nei confronti del responsabile economico del partito Fassina. La motivazione, diciamo per esemplificare, è di essere andato troppo a sinistra. Per un partito che incorpora una parte dell'ex PCI, sembrerebbe una contraddizione, e invece no.

L'aria c.d. "Liberal" imputa a Fassina di non essere un sostenitore delle riforme del mercato del lavoro proposte dal giuslavorista Ichino (sempre in quota PD) le quali recepirebbero in maniera compatibile le proposte della BCE.
Riassumendo in maniera semplice questo schema di riforma dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori, implicherebbe nel nuovo mercato del lavoro secondo i promotori: flessibilità in entrata, flessibilità in uscita, ammortizzatori sociali e continuità contributiva per chi esce dal mercato del lavoro.

A mio avviso queste tre cose si dividono in tre categorie: una è inutile, una è dannosa mentre la terza è (attualmente) impossibile.

La flessibilità in entrata esiste già, non esistono vncoli di nessuna natura all'assunzioni di nuovi lavoratori, ne giuridici ne sostanziali, in quanto il volume della disoccupazione in Italia è enorme ed in costante aumento, in tutti i segmenti, quindi non si capisce per quale motivo le aziende dovrebbero sentirsi impedite dall'assumere. Esistono una serie di contratti atipici di formazione etc. che già oggi sussidiati dallo stato permettono corposi risparmi per le imprese, e danneggiano i precari che il più delle volte lavorano in violazione delle norme di legge (ma questo tema non fà dibattito). E' da sottolineare che gli strumenti contrattuali flessibili italiani hanno caratteristiche introvabili nel resto dei paesi industriali, sono utilizzati essenzialmente dal settore pubblico (per aggirare il blocco delle assunzioni), sono sottopagati rispetto a quelli a tempo indeterminato (il chè è una contraddizione con lo strumento), e infine danno diritto ad una pensione risibile (visto il basso livello di contributi versati) che scaricherà sul pubblico i costi sociali di una generazione di pensionati senza pensione.

In sostanza i costi della flessibilizzazione del mercato del lavoro, li stanno pagando già i lavoratori precari da circa 10 anni.

La dannosa è la flessibilità in uscita, le ragioni per cui è deprecabile sono molteplici, rimanendo a quelle di ordine economico, un elevato turn over dei lavoratori riduce la produttività, danneggia l'impresa, perchè non dà stabilità di mansione ai lavoratori e genera diseconomie di costo (molteplici studi teorici ed empirici lo hanno già ampliamente dimostrato). La generazione di cinquantenni che sarà respinta dal mercato del lavoro nel caso di licenziamento non troverà facilmente ricollocazione, andrà sostenuta e riqualificata dallo stato oppure accompagnata alla pensione con costi solo per il settore pubblico. I lavoratori potranno essere facilmente discriminati sul luogo di lavoro e ciò genererà un peggioramento delle condizioni "morali" di vita dei lavoratori. Il che si traduce ancora una volta in un peggioramento della produttività.

Una ristrutturazione degli ammortizzatori sociali, nelle attuali condizioni del bilancio statale, e con l'attuale composizione del parlamento, è semplicemente impossibile.
Gli strumenti per garantire continuità contributiva e sussidi di disoccupazione a chi perde il lavoro o ai precari, erano già presenti nel "libro bianco" di Marco Biagi. L'allora governo prese solo la parte conveniente del libro bianco, le forme contrattuali di neo-sfruttamento, e dimenticò la parte relativa agli ammortizzatori sociali, che è quella costosa.

Il rischio che sia discussa la proposta Ichino è concreto, come concreta è la possibilità che si attui solo la libertà nei licenziamenti lasciando a futura memoria l'introduzione di ammortizzatori degni di un paese civile, o l'introduzione di un'integrazione pubblica agli stipendi da fame dei precari.

In questo contesto l'attacco a Fassina è quantomeno ingiustificato, anche perchè su questo tema il pacchetto Monti-BCE sul lavoro è a scatola chiusa.

Ci sarebbero riforme veloci e licenziamenti facili che si potrebbero fare, ad esempio nelle partecipate pubbliche, c'è il caso di Finmeccanica, che come è stato spiegato in uno splendido servizio di Report funge da collocamento per molti parenti-figli e amanti scemi dei politici. In questo caso il licenziamento di Guarguaglini sembra impossibile, nonostante sia già pensionabile.

Una buona riforma sarebbe azzerare i cda delle controllate, ricontrattare i salari dei dirigenti collegandoli alla produttività, ed affidare "tutte" le nomine alle Authorities, nominate a loro volte dal Capo dello Stato magari in collaborazione con la Corte dei Conti, che valuterebbero i risultati di gestione anno per anno.

Si può fare questa riforma o dobbiamo aspettare che Guarguaglini sia preso dalle teste di cuoio?