martedì 18 novembre 2014

How EU-inspired Big Banking has deepened Italy’s North-South divide

English version of my last article is available there: http://revolting-europe.com/2014/11/14/how-eu-inspired-big-banking-has-fed-italys-north-south-divide/

Thanks to Tom Gill and Revolting Europe.

Salvatore Perri*
When it comes to savings among Italian households there is no “cultural” difference between the country’s north and south, figures for the pre-crisis period (1989-2007) [1] show us. Even more suprising is the fact that the southern region of Campania, whose capital is Naples, has seen the highest rate of growth in the number of bank branches. If we interpreted this data solely on the basis of standard economic theory, we should expect a substantial homogeneity in the other financial parameters, but it is not so.
Standard theory tells us saving is the basis of investment, but in the journey that brings wealth  there are many variables that are not always controllable, linked to the “macro-economic stability” [2]. When the economy is stable, there is a good deal of certainty in terms of timescales in which to plan investment projects as well as access to finance at affordable rates. On the other hand, where the context is uncertain uncontrollable socio-economic factors mean that investment becomes a gamble.
This appears to be the case in the South, where despite comparable saving rates there are nearly twice as many bad loans as many regions of the north-central [3]. Crime, the size of the informal sector and pervasive corruption at all levels act as elements that can create a distortion of the cash flows. Therefore, it is more difficult to ‘convert’ savings into an investment, at least locally.
In the 8 or so years until the great financial crisis of 2008 Italy enacted a series of “reforms” that led to a concentration in the country’s banking sector. Without getting into specifics, an unleashing of competition led to the merger of banking groups, through mergers and acquisitions and cross-shareholdings. State-led industrial development of the South has also been all but stopped, both in terms of direct investment and through the Cassa per il Mezzogiorno, a regional development agency. Cuts to public funds and structural problems in the real economy have been transmitted to the financial sector, leading to the disappearance of a autonomous financial system in the South [4].
We were led to believe that the reorganization of the banking sector, under the pressure of European regulations, would lead to an improvement in the efficiency of credit allocation, but when you analyze the uneven territorial reality, it can lead to a disappointing territorial selection in the distribution of credit. This is what seems to have happened. The banks have merged, the decision-makers have moved almost entirely to the Centre and North of the country and bank branches spread across the territory of the South remain almost exclusively dedicated to harvesting deposits. Credit is provided to the South, but under much more punishing conditions than in the Centre-North. All this means that in the South higher risk investments are promoted, and these in turn have a lower success rate.
This further fuels the vicious cycle that exacerbates the gap between North and South. With an end to public intervention, government spending is cut and this is significant in explaining regional disparities. We have seen no convergence in terms of growth and the price of improvements to the banking sector have been paid by a further credit crunch to residents in the South.
No action has been taken to tackle the structural conditions of the gap: the inadequacy of the production system, the lack of hard and soft infrastructure, crime, corruption. So those who persist in doing business pay a double penalty, because they pay taxes in line with the national average but when they turn to the credit market they get a response that discriminate geographically. It is against this background that European funds have shown limited effectiveness, though with notable exceptions [5].
The financial sector reflects the reality of the North-South divide, and the resulting risk gap is reflected in credit terms. And if the decision-making centres are located elsewhere it is even more difficult to secure a push to invest in uncertain and risky ventures. The causes of the North-South divide are real and the financial sector reacts to them: any policy response should start from this awareness.
[1] For further information see Gli effetti delle trasformazioni del sistema bancario sulla crescita economica delle regioni italiane”, pubblicato dalla published by Rivista economica del Mezzogiorno (n.1-2 del 2014).
[2] See the paper by Peter L. Rousseau and Paul Wachtel, “Inflation thresholds and the finance-growth nexus” published by the Journal of International Money and Finance (no. 21.6 in 2002).
[3] In this regard, refer to the online data of the Bank of Italy.
[4] On this point, for example, you can see the essay by Alberto Zazzaro, “La scomparsa dei centri decisionali dal sistema bancario meridionale”, in Rivista di politica economica (n. 96.3/5 del 2006).
[5] As reported, among others, by Gianfranco Viesti, for example in http://profgviesti.it/wp-content/uploads/2013/04/2014viestiluongoperstrumentires.pdf.
Salvatore Perri has a PhD in Applied Economics from the University of Calabria. His research interests include economic policy analysis and macroeconomic theory
Translation/edit by Revolting Europe

mercoledì 12 novembre 2014

Le concentrazioni bancarie hanno alimentato il dualismo Nord-Sud



Salvatore Perri


Prendendo in considerazione il periodo antecedente la crisi (1989-2007)[1] balza immediatamente agli occhi una sostanziale omogeneità territoriale del saggio di risparmio delle famiglie italiane: sostanzialmente da Nord a Sud non esiste una diversità “culturale” nella scelta fra risparmio e consumo. Inoltre, sorprendentemente, la regione che ha sviluppato il maggior tasso di crescita del numero di sportelli è la Campania. Se interpretassimo questi dati solamente sulla base della teoria economica standard, ci dovremmo aspettare una sostanziale omogeneità anche negli altri parametri finanziari, ma è proprio qui che i dati ci raccontano un’altra storia.

Sempre secondo la teoria standard, risparmio è la base dell'investimento, ma nel tragitto che porta la ricchezza a trasformarsi intercorrono relazioni fra molte variabili, non sempre controllabili, connesse alla “stabilità macroeconomica”[2]. In un contesto macroeconomicamente stabile, vi è un’orizzonte temporale relativamente certo in cui pianificare i propri progetti di investimento e richiedere agli intermediari finanziari le risorse a tassi “possibili”. Per contro, laddove il contesto è incerto, per l’azione di fattori socio-economici incontrollabili, l’investimento diventa un azzardo. Questo appare essere il caso del Sud in cui a fronte di saggi di risparmio omogenei le sofferenze raggiungono quasi il doppio rispetto alle regioni del centro-nord[3]. Criminalità, settore sommerso, pervasività della corruzione a tutti i livelli agiscono come elementi in grado di creare una distorsione dei flussi finanziari. Pertanto il risparmio ha più difficoltà ad essere “convertito” in investimento, almeno in loco.

Il periodo considerato è ricco di “riforme” che hanno riguardato il settore Bancario. Senza entrare nello specifico, la spinta a competere in un mercato aperto ha comportato l’aggregazione dei gruppi bancari, fusioni acquisizioni e partecipazioni incrociate. Inoltre, è finita sostanzialmente la spinta diretta dello Stato nell'indirizzare lo sviluppo industriale del Sud, sia per quanto riguarda gli investimenti diretti sia per quanto riguarda la via surrogata della Cassa per il Mezzogiorno. Il ridotto flusso finanziario pubblico e le difficoltà strutturali dell'economia reale si sono quindi trasmesse al settore finanziario comportando la sostanziale scomparsa di un sistema finanziario meridionale autonomo[4].

Ci si aspettava che la riorganizzazione del settore bancario, sotto la spinta delle normative europee, comportasse un miglioramento nell’efficienza del credito erogato, ma quando si analizzano realtà territoriali disomogenee il risparmio di costo può determinare una selezione territoriale deludente nella distribuzione del credito. Questo è quello che sembra essere avvenuto. Le banche si sono accorpate, i centri decisionali sono stati spostati pressoché interamente al Centro-Nord e le filiali distribuite capillarmente nel territorio del Sud rimangono quasi esclusivamente con la sola funzione di raccolta. Il credito viene erogato anche al Sud, ma solo a condizioni estreme rispetto al Centro-Nord. E ciò comporta che si privilegiano al Sud gli investimenti a più alto coefficiente di rischio, che di conseguenza, hanno una percentuale di riuscita minore.

Così si è alimentato ulteriormente il circolo vizioso che acuisce le distanze fra Nord e Sud. L'intervento pubblico termina, i consumi pubblici diminuiscono e questi ultimi sono significativi nello spiegare i divari territoriali. La convergenza in termini di crescita non c’è, i miglioramenti nell’efficienza di costo del settore bancario sono stati pagati da un’ulteriore stretta creditizia nei confronti dei residenti nelle regioni del Sud. Non si interviene sulle condizioni strutturali del divario: l’inadeguatezza dell’apparato produttivo, l’insufficienza delle infrastrutture materiali e immateriali, la criminalità, la corruzione. Così chi si ostina a fare impresa riceve una doppia penalizzazione, perché paga tasse in linea con la media nazionale ma quando si rivolge al mercato del credito ottiene una risposta discriminata territorialmente. In questo contesto, anche i fondi europei hanno dimostrato scarsa efficacia, seppure con lodevoli eccezioni[5].

Il settore finanziario “subisce” le ragioni reali del dualismo Nord-Sud, e il conseguente divario di rischiosità, riflettendole nelle condizioni di credito. E se i centri decisionali sono posizionati altrove risulta ancora più difficile che ci sia una spinta ad investire sul rischioso e sull'incerto. Le cause del divario Nord-Sud sono di carattere reale e il settore finanziario le asseconda: per queste ragioni le risposte politiche dovrebbero partire da questa consapevolezza.







[1] S. Perri, Gli effetti delle trasformazioni del sistema bancario sulla crescita economica delle regioni italiane, in "Rivista economica del Mezzogiorno" 1-2/2014, pp. 155-186, doi: 10.1432/77791
[2] Rousseau e Wachtel (2002).
[3] Elaborazioni su dati Banca D'Italia, base informativa pubblica on-line.
[4] Zazzaro (2006).
[5] Come segnalato, tra gli altri, da Viesti.