venerdì 17 maggio 2019

Intervista Perugia 15 Maggio 2019




giovedì 11 aprile 2019

Uscire dal sottosviluppo: nuove strategie per l’economia del Mezzogiorno

Oggi su OpenCalabria:

http://www.opencalabria.com/uscire-dal-sottosviluppo-nuove-strategie-per-leconomia-del-mezzogiorno/?fbclid=IwAR3aGqc99xGooIoY8My2KJQObfFroIOrIGNkGfzoKNzSoDwpGiaxsa7hQH0

L’odierno Mezzogiorno. La condizione economica del Mezzogiorno risulta essere preoccupante sotto diversi profili, sia nel rapporto con le altre aree del paese che nel confronto con analoghe realtà europee. Sostanzialmente le regioni del Sud Italia risultano avere un tessuto produttivo debole e frammentato, una forte dipendenza dai trasferimenti pubblici, un tasso di disoccupazione (specie giovanile) più elevato della media nazionale ed europea, una forte emigrazione intellettuale, un ampio settore sommerso, una burocrazia farraginosa ed inefficace ed una presenza pervasiva della criminalità organizzata[1].
La caratteristica di questa situazione non è tanto relativa all’ampiezza dei divari (elevata) quanto alla relativa stabilità nel tempo dei divari stessi, il che suggerisce che un siffatto sistema economico abbia trovato una sua forma di equilibrio, un equilibrio di sottodimensionamento. La debolezza del tessuto produttivo, fatto di piccole e piccolissime imprese che non si mettono in rete non raggiungendo quindi una sufficiente massa critica per diventare distretti industriali, influenza la domanda aggregata condizionandone l’ampiezza a causa del basso valore aggiunto prodotto. La ristrettezza dei margini di profitto, a sua volta, genera un costante ricorso a varie forme di sommerso produttivo, che “integrano” la produzione e consentono agli individui a basso reddito di rifornirsi di merci a basso costo. Inevitabilmente la prevalenza di imprese che escono dal circuito legale per produrre in “nero” determinano una domanda aggiuntiva di lavoratori scarsamente qualificati[2]. L’emigrazione costante di persone con una qualificazione culturale elevata produce un danno cumulativo nel tempo, in quanto impoverisce strutturalmente il sistema economico meridionale, anche in relazione di svantaggio competitivo con le aree in cui i giovani meridionali qualificati vanno a lavorare, contribuendo ad aggravare il divario ed a renderlo persistente.
I dati pubblicati nel “The Global Human Capital Report 2017” evidenziano come siano proprio i lavoratori italiani con un livello di istruzione medio-alto a dare un contributo maggiore in termini di crescita del PIL, paragonabile a quello dei paesi più avanzati, mentre quelli a basso livello di istruzione danno un contributo inferiore, in proporzione, se paragonati agli omologhi dei paesi OECD. Si genera, quindi, un doppio circolo vizioso, da un lato le imprese meridionali non attraggono a sufficienza lavoratori qualificati, l’emigrazione di lavoratori “skilled” riduce la produttività del lavoro e quindi la competitività dell’intero “sistema economico Mezzogiorno”. L’emigrazione complessiva (di lavoratori qualificati e non) unita alla diminuzione della popolazione che ne consegue, riduce strutturalmente la domanda aggregata, e aumenta paradossalmente la domanda di sommerso, di merce a basso valore aggiunto, di lavoratori con bassi salari, innescando una spirale che non si fermerà autonomamente. Nella Figura 1, si evidenzia la divaricazione del numero di occupati fra Sud e Centro, cominciato prima della recente crisi economica, si è accentuato e poi stabilizzato, certificando che l’occupazione che viene persa nel Sud in genere non viene assorbita, anche quando le condizioni macroeconomiche generali migliorano.

Errori del passato e strategie per il futuro. A problemi noti sono stati contrapposte varie risposte dal punto di vista delle “politiche” nell’arco del tempo. Si è passati dagli embrioni dei programmi di lavoro garantito[3] degli anni ‘60 (per evitare lo spopolamento) al tentativo di industrializzare il Mezzogiorno con localizzazioni mirate di industrie negli anni ’70 (finanziate dal pubblico), al tentativo di promuovere nel meridione forme di crescita “endogena” basata su incentivi alla nascita di nuove imprese ed alla formazione, con decontribuzione, dei nuovi assunti (politiche finanziate con progetti statali ed Europei nel solco delle Strategie di Lisbona). Queste fasi si sono ormai concluse, lasciando un Sud Italia privo di un tessuto industriale pesante, con una prevalenza di piccole e micro imprese con un altissimo livello di nata-mortalità delle stesse legata al ciclo degli incentivi[4]. Il Mezzogiorno d’Italia si può rappresentare come una realtà post industriale senza che essa sia stata pienamente industriale, prova di questo sono le realtà nelle quali sono presenti i frutti avvelenati dell’industria, quali inquinamento presente e persistente a distanza di molti anni dalla fine dei tentativi di imporre lo “stato imprenditore”.
Appare evidente, quindi, che lo sviluppo del Mezzogiorno debba passare per un totale cambio di strategia. In particolare, nonostante il dibattito ed i tentativi di investimento, nel Meridione esiste oggettivamente un gap infrastrutturale difficilmente colmabile nel breve periodo, di conseguenza ipotizzare una crescita endogena che adegui la struttura industriare a quella media europea appare decisamente utopico. Sono possibili altre strade, in particolare,  quelle relative al coordinamento di strategie d’investimento miste finalizzate al supporto della trasformazione delle imprese legate al modello dell’Industria 4.0 sinergicamente al concetto di Economia Sostenibile.
I dati sono impietosi, in proporzione esiste un numero maggiore di giovani meridionali con titolo di studio che emigrano in quanto non esistono (o sono limitate) le opportunità di lavoro sulla base delle loro qualificazioni professionali (Rapporto Svimez, 2018 e precedenti[5]). Incentivare la trasformazione (anziché la nascita, o la localizzazione) delle imprese verso il modello della Smart Manifacturing potrebbe frenare il depauperamento qualitativo della forza lavoro nel Meridione. La “Fabbrica del Futuro” si basa sui paradigmi dell’Internet of Things, dei Manufacturing Big Data, sulle Wearable Technologies, l’Additive Manufacturing e le New Automations & Robotics. Sotto questo aspetto vi è da sottolineare che il ritardo nello sviluppo delle ICT non denota componenti territoriali ma appare omogeneo da Nord a Sud[6]. I concetti produttivi dell’Industria 4.0 hanno in comune caratteristiche che potrebbero essere applicabili anche in “questo” Mezzogiorno. Si tratta di industrie “leggere” che non hanno bisogno di investimenti in sovrastrutture fisiche, di conseguenza potrebbero essere implementate rapidamente, si basano sugli interscambi virtuali di informazioni, sulla condivisione e l’accrescimento delle stesse, un modello che ben si collegherebbe ad una realtà che possiede capitale umano all’avanguardia che deve soltanto essere messo in condizioni di lavorare. Questo cambiamento appare necessario in quanto, come si evince dalla Tabella 1, le regioni Meridionali sono tra le peggiori d’Europa dal punto di vista della dotazione infrastrutturale, e pertanto attendere un adeguamento a standard europei potrebbe necessitare di decenni.

Si è già detto che l’emigrazione dal Mezzogiorno d’Italia verso il centro nord e l’estero non stà più riguardando solo i lavoratori giovani e qualificati bensì anche fasce d’età più avanzate, si può porre rimedio collegando agli investimenti per la trasformazione produttiva anche al “recupero dell’esistente[7]”. Tra i vari effetti della desertificazione industriale in larghe zone del Meridione vi sono zone industriali semi abbandonate, frutto in larga parte di incentivazione pubblica. La cura del territorio, il recupero delle strutture esistenti da riutilizzare, sono attività ad alta intensità di lavoro che potrebbero effettivamente consentire di “reintegrare” almeno parzialmente il divario occupazionale che è sostanzialmente stabile tra nord e sud negli ultimi 20 anni[8].
Il rapporto dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (2018) non a caso segnala che i problemi che si stanno aggravando in Italia riguardano proprio la Povertà, l’Occupazione, la Condizione Economica, le Disuguaglianze e le condizioni delle Città. Investire nella lotta al degrado delle periferie cittadine, alle bonifiche post industriali attraverso il recupero infrastrutturale, consentirebbe in modo sinergico di ridurre strutturalmente il divario occupazionale e di porre le basi per uno sviluppo durevole basato anche sul recupero della domanda interna.
Conclusioni. In conclusione, una politica economica lungimirante per il Mezzogiorno dovrebbe basarsi su due direttive. La prima è quella di delineare un insieme di politiche economiche utili a consentire il passaggio dalla situazione attuale fatta di aziende piccole, che non fanno rete, con prevalenza di settori tradizionali, ad una caratterizzata da una prevalenza di aziende Smart. Il sud Italia è risultato essere periferico nel contesto europeo, per la distanza geografica con i grandi centri produttivi ed i grandi mercati, può invece ancora diventare centrale, in un contesto euro-mediterraneo, allorquando fosse in grado di rappresentare un modello di sviluppo ad alto contenuto tecnologico in cui la produzione materiale ed immateriale non dipenda dai limiti fisici e dimensionali di cui ha sofferto sin’ora. Questo passaggio deve essere necessariamente mediato da una modifica delle politiche economiche adottate e dal volume e qualità degli investimenti. In secondo luogo c’è ancora spazio per assorbire la disoccupazione generata dallo scarso peso dimensionale delle aziende nel Mezzogiorno, ovvero l’applicazione dei principi dello sviluppo economico sostenibile, che nel sud si devono declinare come interventi di recupero infrastrutturale e territoriale. Questi interventi devono essere necessariamente coordinati ed organizzati dal settore pubblico, ma avrebbero un ritorno immediato nel recupero della domanda aggregata derivante dai consumi di coloro che sarebbero altrimenti emigrati. Mentre a lungo termine si avrebbe un miglioramento strutturale nelle condizioni di vita nel Mezzogiorno, rendendolo vivibile e attrattivo, non solo per il turismo, ma anche per gli investimenti ad altro contenuto culturale e tecnologico.

[1] Si veda un mio precedente commento pubblicato da “La Voce.info” nel 2015 a proposito dei divari di produttività tra nord e sud https://www.lavoce.info/archives/37879/perche-il-sud-e-meno-efficiente/
[2] Si potrebbe dire con un basso “salario di riserva”.
[3] Ad esempio nel campo della forestazione, il massiccio impiego di lavoratori nel settore, sproporzionato in termini territoriali, è stato oggetto di dibattito politico fino alla fine degli anni ’80.
[4] Nel corso del I Trimestre 2018, in Calabria, il saldo annuale tra iscrizioni e cessazioni di imprese è stato di negativo per 421unità, dati Movimprese-Unioncamere.
[5] Si stima che negli ultimi 10 anni siano emigrati dal Meridione 500.000 persone, sul peso anche qualitativo dell’emigrazione intellettuale si veda Vecchione (2017).
[6]  Si veda la Nota diffusa dal Centro Studi di Confindustria sull’industria italiana 4.0, su dati del 2017.
[7] Secondo i dati Istat al 2017 erano più di 300.000 le abitazioni vuote nel Mezzogiorno, il recupero anche di abitazioni, oltre che di edifici industriali da riconvertire, potrebbe rappresentare una opportunità di sviluppo per le piccole imprese, prevalenti nel Sud.
[8] La persistenza della disoccupazione meridionale rispetto a quella del centro nord è da me discussa, su dati Istat, nell’articolo “Mezzogiorno senza reddito e senza cittadinanza” pubblicato da Economia e Politica nel 2018.

Riferimenti Bibliografici
ALLEANZA ITALIANA PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE (2018). L’Italia e gli obiettivi di sviluppo sostenibile. http://asvis.it/rapporto-asvis-2018/#.
Bolto, A. (2013). Il Mezzogiorno italiano: forze di mercato o politiche economiche? Moneta e Credito, 43(172).
Martin, S., & Scott, J. T. (2000). The nature of innovation market failure and the design of public support for private innovation. Research policy, 29(4-5), 437-447.
Ortega-Argilés, R., & McCann, P. (2018). Smart Specialization, Regional Growth and Applications to European Union Cohesion Policy. In Place-based Economic Development and the New EU Cohesion Policy (pp. 51-62). Routledge.
Perri, S., & Lampa, R. (2018). When small-sized and non-innovating firms meet a crisis: Evidence from the Italian labour market. PSL Quarterly Review, 71(284), 61-83.
SVIMEZ (2018). L’economia e la società del Mezzogiorno. Il Mulino.
World Economic Forum. “The Global Human Capital Report” (2017). https://www.weforum.org/reports/the-global-human-capital-report-2017
Vecchione, G. (2017). Migrazioni intellettuali ed effetti economici sul Mezzogiorno d’Italia. Rivista Economia del Mezzogiorno, SVIMEZ 3-2017, Il Mulino, Bologna.


Salvatore Perri

Salvatore Perri

Economista Indipendente, esperto di Analisi delle Politiche Economiche Internazionali, attualmente Professore a Contratto di Politica Economica presso l'Università della Magna Graecia di Catanzaro. Ha pubblicato ricerche su riviste nazionali ed estere. Alcuni suoi contributi sono stati pubblicati dal blog della London School of Economics, La Voce.info ed Economia&Politica. E' membro dell'International Institute of Global Economy e del Board of Experts della BBC. Tra i suoi temi di ricerca: Il rapporto Finanza-Crescita, le Teorie Macroeconomiche, il Mezzogiorno, l'Euro e le Politiche Europee.

martedì 9 aprile 2019

Le Vere Cause della Vittoria di Donald Trump | Perri e Komlos

Oggi su Economia&Politica

https://www.economiaepolitica.it/2019-anno-11-n-17-sem-1/perche-ha-vinto-trump/?fbclid=IwAR38x1B2f44gAFADbZAYFHenbjnJSIVAuKJY7e3cV_Q3Ix_cbCs4hxMNiv4

Perché ha vinto Trump? | La vittoria di Trump non è solo frutto di un voto di protesta, ma è il risultato di trasformazioni politiche e sociali in atto negli USA da più di trent’anni.
La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali del 2016 è stata determinata dal cambiamento della maggioranza di tre stati “contendibili” che sono passati dal votare il Partito Democratico a votare per quello Repubblicano. Tuttavia, ridurre questo risultato ad un voto di protesta oltre ad essere semplicistico risulta essere completamente sbagliato. La presidenza Trump è il risultato di una serie di dinamiche sociali ed economiche che si sono sviluppate attraverso più di tre decadi e che hanno trasformato profondamente la società americana, in modo probabilmente irreversibile.

L’onda lunga del Reaganismo

La vittoria di Ronald Reagan e le sue due amministrazioni consecutive hanno rappresentato un punto di svolta nella società americana. Dal punto di vista delle politiche economiche il messaggio era semplice quanto efficace, “meno tasse per tutti”. Appare evidente che una riduzione delle tasse per tutti vuol dire un guadagno in termini relativi per i grandi contribuenti ed un vantaggio modesto per la classe media e nessun vantaggio per i poveri. La logica economica che poteva giustificare una tale politica era la seguente, una riduzione delle tasse per i ceti alti avrebbe provocato un incremento delle somme disponibili per gli investimenti, riattivando gli “spiriti animali” e rimettendo in moto il motore neoclassico della crescita economica. La successiva crescita economica scaturente avrebbe investito a “cascata” anche le altre classi sociali. Più investimenti, più posti di lavoro, più ricchezza in generale. Un modello di sviluppo orientato ad una visione iper-liberista (Ravitch, 2017) dove, dal punto di vista sociale, chi non riesce a cogliere le opportunità “del paese delle opportunità” merita di essere povero in senso dispregiativo. La realtà è stata ben diversa. La concezione del c.d. “stato minimo” non solo ha coinvolto la protezione sociale dei meno abbienti, ma ha riguardato ad esempio, la deregolamentazione di vari settori tra i quali quello finanziario, ponendo sostanzialmente le basi per quelle manovre spericolate che hanno causato le recenti crisi finanziarie. Anziché riversarsi a cascata sulle classi inferiori, le grandi risorse disponibili a favore delle classi abbienti, sono state investite nel processo di acquisizione di maggior potere, quali ad esempio il lobbing ed il controllo dei media. Di fatto l’acquisizione di ricchezza ha innescato un processo volto all’acquisizione del potere che serve per influenzare la produzione legislativa per ottenere maggiore ricchezza. Non è un fatto secondario che queste politiche siano state successivamente perpetrate con continuità anche dalle amministrazioni Democratiche[1].

Aspettative e Realtà

Le ipotesi alla base delle scelte economiche Reaganiane erano già alla base prive di fondamenti teorici convincenti, le dinamiche in atto nell’economia mondiale ne hanno anche accentuato gli effetti discorsivi. Uno dei cardini di queste politiche, era l’ipotesi che i maggiori profitti avrebbero innescato investimenti (e consumi di fascia alta), in realtà il processo di “finanziarizzazione” dell’economia (Hein, 2012) ha fatto sì che i maggiori profitti semplicemente uscissero dal circuito produttivo, diventando rendite, oppure che fossero investiti al di fuori degli Stati Uniti. Contestualmente in quella fase arrivava impetuoso l’ingresso sul mercato delle merci provenienti dai paesi a basso costo, che invadevano i mercati statunitensi. La risposta a questi fenomeni complessi era semplice, cercare di flessibilizzare ulteriormente il mercato del lavoro interno attaccando e depotenziando i sindacati. L’episodio del licenziamento di 11.345 controllori di volo rappresentò un passaggio che determinò la fine dell’influenza dei sindacati negli Stati Uniti (Mishel, 2012). Queste dinamiche ormai innescate erano impossibili da arginare. Maggiore potere alle lobbies, maggiore influenza sulle decisioni legislative. A Reagan successe Bush Sr. e successivamente Clinton, entrambi hanno sottovalutato l’impatto dell’ingresso della Cina nel WTO, impatto che è stato devastante, il settore manifatturiero è stato distrutto e il ceto medio con esso, i posti di lavoro sono stati “esportati” e il deficit commerciale è cresciuto (Acemoglu et al., 2016; Pierce and Schott, 2016).
Questo può essere considerato il primo passaggio nel quale la classe media statunitense ha finito per considerare come equivalenti le politiche economiche repubblicane e quelle democratiche, creando una nuova dicotomia: establishment-popolo (Ferguson et. al 2018). A questa dinamica ormai in atto si è sommata la transizione dalla grande industria pesante a quella IT che ha acuito la disarticolazione del mercato del lavoro rendendo estremamente vulnerabile la classe operaia povera e scarsamente istruita. Nel contempo, il ritorno dei repubblicani alla casa bianca non provocava cambiamenti, l’amministrazione di Bush Jr si caratterizza per ulteriori deregolamentazioni e soprattutto per l’elargizione di soldi pubblici nei confronti di banche e banchieri (Komlos, 2018). L’amministrazione Obama, seppur lodevole per i tentativi di intervento in tema di assicurazione sanitaria per le classi meno abbienti, non ha rappresentato una vera e propria inversione di tendenza dal punto di vista della distribuzione della ricchezza. Ad esempio, Obama ha reso permanenti i tagli fiscali decisi da Bush Jr continuando l’elargizione di denaro verso le grandi banche (Scheiber, 2011), la sua scarsa distinguibilità dai repubblicani è stata accentuata dal fatto che ha confermato in alcuni ruoli economici chiave gli uomini nominati da Bush[2].

Un tappeto rosso per Trump

Per capire la situazione economica e sociale degli stati americani che hanno determinato la vittoria di Trump bastano pochi dati. Il reale reddito familiare medio in Ohio, Wisconsin e Michigan è ancora di 5.900, 6.000 e 9.300 dollari al di sotto del suo livello alla fine del 20esimo secolo[3]. Tutti e tre gli stati hanno registrato un tasso di mortalità per overdose più elevato rispetto alla media nazionale nel 2015 (Hedegaard, Warner and Miniño, 2017). Gli Stati Uniti sono l’unico paese ricco a sperimentare un aumento della mortalità negli ultimi tempi. I più colpiti sono gli uomini bianchi con un’istruzione di livello medio basso (Case and Deaton, 2017). Nel 2015 ci sono stati non meno di 6,7 milioni di persone (il 2,7% della popolazione adulta) “attenzionate” dal sistema giurisdizionale negli Stati Uniti; questo include persone scarcerate sotto condizione o in libertà vigilata e 2,2 milioni di persone detenute (Bureau of Justice Statistics, 2015). Questo è il più alto tasso di incarcerazione del mondo: con il 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno il 23% dei suoi prigionieri (Hartney, 2006). Nel 2014 ci sono stati 0,9 milioni di fallimenti. Tra le conseguenze sociali più devastanti basta evidenziare i 9,3 milioni di proprietari che hanno perso la casa tra il 2006 e il 2014 (Realtytrac.com, 2014; Kusisto, 2015; U.S. Bankruptcy Courts, 2017). Nel 2017, 45 milioni di persone vivevano sotto la soglia di povertà, il 15% della popolazione, mentre altri 15 milioni di persone vivevano leggermente al di sopra della povertà, definita come il 100-125% della soglia di povertà (Hokayem and Heggeness, 2014) e quindi sono da considerare tra quelli che vivono in una condizione di maggiore stress e di paura nei confronti del futuro. Questi risultati sono le conseguenze di un lungo periodo nel quale i benefici della crescita sono andati in un’unica direzione come mostra la Figura 1, ovvero verso le classi più ricche.

Figura 1.Tasso di crescita del benessere 1979-2011



Conclusioni: perché Trump, perché adesso

Donald Trump ha compiuto un miracolo politico, un miliardario che è riuscito a presentarsi come un nemico dell’establishment e amico dei bianchi americani del Rust Belt ridotti in povertà. La sua campagna elettorale ha avuto gioco facile, l’America profonda, spaventata e depressa voleva essere difesa e protetta da un “uomo forte”. Donald Trump ha dichiarato di voler lottare contro la globalizzazione riportando in patria le aziende che avevano delocalizzato, propone dazi, e presenta nemici esterni sulla base dei quali compattare i propri sostenitori (musulmani e migranti in generale). Grazie a questi annunci è riuscito a coalizzare una vasta platea di grandi finanziatori, che hanno infuso nella sua campagna un ammontare di risorse senza precedenti[4] (Ferguson et. al 2018). Paradossalmente Trump vince proponendo la stessa ricetta che ha portato gli Stati Uniti a questo punto, meno tasse e un sistema ancora più sperequato, che tolga quelle poche protezioni rimaste ai poveri. Un programma economico illogico e pericoloso, senza fondamenti ne teorici e ne empirici che può spianare la strada a guerre commerciali (e non solo) a povertà diffusa, ad instabilità interna ed internazionale[5]. Ma tutto questo non ha fermato gli americani dallo sceglierlo perché egli è riuscito a fare presa sui c.d. “hot buttons” dell’elettorato, mentre Hillary Clinton definiva “deplorabili ignoranti” i bianchi americani poveri e scarsamente istruiti che protestavano, veniva da loro identificata come contigua ai “poteri forti”, alle banche ed alle lobbies. Mentre Trump si dichiarava “amo quelli scarsamente istruiti” gli mostrava un futuro radioso, mirabolante e impossibile, che loro hanno deciso di scegliere, nonostante tutto.

*Professore Emerito, Università di Monaco; Visiting Professor, Università della Carolina del Nord di Chapel Hill. Contatto: john.h.komlos@gmail.com
**Professore a contratto di Politica Economica, Università Magna Graecia di Catanzaro (Italia). Contatto: perriphdsalvatore@gmail.com

Riferimenti bibliografici
Acemoglu, D. et al. (2016) ‘Import Competition and the Great US Employment Sag of the 2000s’, Journal of Labor Economics, 34(51), pp. 141–198. Available at: https://economics.mit.edu/files/11560.
Bureau of Justice Statistics (2015) ‘Correctional Populations in the United States’. Available at: https://www.bjs.gov/index.cfm?ty=pbdetail&iid=5870.
Case, A. and Deaton, A. (2017) ‘Mortality and morbidity in the 21st century’, Brookings Papers on Economic Activity. Available at: https://www.brookings.edu/bpea-articles/mortality-and-morbidity-in-the-21st-century/.
Ferguson, T., Jorgensen, P., & Chen, J. (2018). Industrial Structure and Party Competition in an Age of Hunger Games: Donald Trump and the 2016 Presidential Election. INET WP n. 66, January 2018.
Hartney, C. (2006) ‘US Rates of Incarceration: A Global Perspective’. Available at: http://www.nccdglobal.org/sites/default/files/publication_pdf/factsheet-us-incarceration.pdf.
Hedegaard, H., Warner, M. and Miniño, A. M. (2017) ‘Drug Overdose Deaths in the United States, 1999-2015’, NCHS data brief, (273). doi: 10.1016/j.neulet.2010.07.040.
Hein, E. (2012) The macroeconomics of finance-dominated capitalism and its crisis. Edward Elgar Publishing.
Hokayem, C. and Heggeness, M. L. (2014) Living in Near Poverty in the United States: 1966–2012. Available at: https://www.census.gov/prod/2014pubs/p60-248.pdf.
Komlos, J. (2018) ‘The economic Roots of the Rise of Trumpism’, CESinfo Working Paper Series, 6868.
Kusisto, L. (2015) ‘Many Who Lost Homes to Foreclosure in Last Decade Won’t Return – NAR’, Wall Street Journal. Available at: https://www.wsj.com/articles/many-who-lost-homes-to-foreclosure-in-last-decade-wont-return-nar-1429548640.
Mishel, L. (2012) ‘Unions, inequality, and faltering middle-class wages’, Economic Policy Institute.
Pierce, J. and Schott, P. (2016) ‘The Surprisingly Swift Decline of US Manufacturing Employment’, American Economic Review, 106(7), pp. 1632–1662. Available at: https://www.aeaweb.org/articles/pdf/doi/10.1257/aer.20131578?doi=10.1257/aer.20131578.
Ravitch, D. (2017) ‘Big Money Rules’, The New York Review of Books. Available at: http://68.77.48.18/RandD/Other/Big Money Rules – Diane Ravitch (NY Rev of Books, 2017-12-07).pdf.
Ravitch.com (2014) Foreclosure & Foreclosed Homes. Available at: https://www.realtytrac.com/mapsearch/foreclosures/.
Scheiber, N. (2011) The Escape Artists: How Obama‘s Team Fumbled the Recovery. New York: Simon & Schuster. Available at: https://www.simonandschuster.com/books/The-Escape-Artists/Noam-Scheiber/9781439172414.
S. Bankruptcy Courts (2017) Bankruptcy Cases Commenced, Terminated and Pending. Available at: http://www.uscourts.gov/sites/default/files/data_tables/bf_f_0331.2017.pdf.
Valli, V. (2018). The Economic Consequences of Donald Trump. In The American Economy from Roosevelt to Trump (pp. 163-180). Palgrave Macmillan, Cham.

[1]
L’abrogazione del Glass-Steagall Act del 1933, che separava le banche tradizionali da quelle d’investimento, è stata promulgata dal presidente Clinton nel 1999 (seppur su proposta del Congresso a maggioranza Repubblicana).
[2]
Ad esempio, Timothy Geithner, nominato da Bush Jr. presso la Federal Reserve di New York era un ex amministratore delegato di Goldman-Sachs (e membro del gabinetto di Bill Clinton) oppure Robert Rubin, in pratica, Obama si è affidato ad un ex incaricato repubblicano nella posizione cruciale di segretario del tesoro non dando nemmeno l’idea di un vero cambiamento.
[3]
Altri Stati limitrofi nei quali il reale reddito familiare medio è ancora inferiore al suo livello di fine del 20esimo secolo includono Indiana, Kentucky, West Virginia e Virginia.
[4]
In particolare lo studio di Ferguson, Jorgensen e Chen (2018), dimostra che l’esito elettorale è stato profondamente influenzato dai così detti “late contributions” ovvero quelli giunti a Trump nelle ultime settimane precedenti le elezioni.
[5]     Non a caso Ferguson, evidenzia come alcuni dei finanziatori di Trump gli abbiano già voltato le spalle contribuendo alla vittoria dei Democratici in Senato https://www.ineteconomics.org/perspectives/blog/how-money-won-trump-the-white-house. Beto O’Rourke in Texas, nonostante la sconfitta, è stato il candidato Democratico che ha avuto i maggiori finanziamenti nelle recenti elezioni di mid-term.

lunedì 18 giugno 2018

Mezzogiorno senza reddito e senza cittadinanza

C'è un Sud che non ha ancora cittadinanza, trovata quella, si potrà parlare anche di reddito. Oggi su Economia&Politica: http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/lavoro-e-sindacato/mezzogiorno-senza-reddito-e-senza-cittadinanza/

La proposta di istituire in Italia un reddito di cittadinanza, proposto come disegno di legge, dal movimento 5 stelle, e largamente utilizzato nella campagna elettorale, ha l’indubbio merito di aver rilanciato il dibattito sul reddito di base. Purtroppo la struttura della proposta, la confusione metodologica e tecnica da cui scaturisce, unita alle peculiari condizioni strutturali dell’economia del sud in particolare, potrebbe determinarne una sostanziale inefficacia, se l’obiettivo (non dichiarato) fosse quello di ridurre il divario strutturale fra nord e sud.
Reddito di base o Super-sussidio?
In primo luogo il reddito di cittadinanza proposto (RDC) non è un reddito di cittadinanza, la questione non è semantica[1]. Facendo riferimento al DDL proposto al Senato dal M5S è prevista la perdita del diritto a riceverlo nel caso non si accettino 3 proposte di lavoro “congrue” o si receda 2 volte da un lavoro. La possibilità di perderlo non lo configura come reddito incondizionato, bensì come un reddito erogabile a determinate condizioni economiche, all’accettazione delle proposte di lavoro a determinati percorsi formativi/lavorativi. Più precisamente, Tridico, infatti parla di Reddito Minimo Condizionato[2] (RMC). Di fatto questa proposta finisce per essere un’estensione del sussidio di disoccupazione aumentato fino a 780 euro mensili.  Obiettivo dichiarato del provvedimento, “riattivare gli inattivi”[3], ovvero far partecipare al mercato del lavoro coloro che ne sono esclusi, sostenendo il loro reddito nel periodo transitorio.
RDC e Sud, quanto è transitorio il periodo transitorio
Il divario occupazionale tra nord e sud si è mantenuto molto elevato negli ultimi 24 anni, quando a parte una lieve diminuzione a metà degli anni 2000 si è mantenuto attorno ai 12 punti percentuali con una certa costanza nel tempo.
Figura 1. Tasso di disoccupazione
Mezzogiorno
Ci si deve chiedere, partendo dai dati, se è credibile una misura isolata per affrontare una questione “strutturale” di questa portata? Una proposta di questo tipo appare distorta all’origine, dalla concezione che lo squilibrio sul mercato del lavoro sia dovuto all’incapacità intrinseca del lavoratore meridionale a trovare un posto di lavoro che c’è ed esiste già. Quindi basterebbe “potenziare” i Centri per l’Impiego, che però da tempo evidenziano la loro scarsa efficienza nel placement dei disoccupati meridionali, pur avendo metà dei dipendenti nazionali[4]. La misura proposta quindi finisce per prestarsi a contestazioni, fondate, di varia natura sia in riferimento alla sostenibilità che all’efficacia.
Sostenibilità
Come segnalato da Seminerio[5] in diversi interventi, non si può considerare di fatto questo intervento un intervento transitorio, poiché essendo condizionato all’accettazione del lavoro “congruo” diventa di fatto permanente, se ipotizziamo che il realtà tanti posti di lavoro congrui nel Sud non ci siano (il lavoratore prima di perdere il diritto al super-sussidio deve rifiutarne 3). Considerando che i Centri per l’impiego attuali faticano a proporre il primo, la misura servirebbe a trasformare gli inattivi in disoccupati permanenti a 780 euro al mese. La somma è ritenuta da Seminerio troppo elevata, punterebbe al superamento della povertà relativa e disincentiverebbe la ricerca di lavoro, consentendo tuttavia la sopravvivenza del settore sommerso. Quest’ultimo punto è questionabile, se l’ammontare è elevato aumenta l’incentivo a rimanere disoccupati, indubbiamente, ma aumenta anche l’incentivo a non accettare lavori sottopagati, senza tutele, ed a condizioni estreme, che sono le caratteristiche di ciò che offre il settore sommerso nel Sud. A maggior ragione se si tiene conto che l’eventuale rinvenimento di posizioni lavorative in nero potrebbe comportare la perdita del beneficio. Resta la questione della sostenibilità finanziaria, come detto il beneficio potrebbe trasformare di fatto da temporaneo in permanente, supponendo la buonafede di chi lo propone (e le coperture) può un paese con un debito pubblico enorme sostenere uno sforzo del genere? La risposta è no sopratutto se si considerano i costi impliciti alla proposta.
I costi impliciti del RDC
Si è detto del costo mensile che sarebbe di 780 euro al mese per disoccupato (e inattivo trasmutato), il doppio circa dell’omologo programma tedesco Hartz IV con cui peraltro condivide l’impostazione (reddito condizionato alla ricerca ed accettazione di lavoro). Una delle critiche a cui è sottoposto il programma Hartz IV è l’eccesso di burocrazia necessaria a garantirne il funzionamento. L’Italia è il paese della burocrazia costosa e inefficiente[6], nel Sud la situazione è ancora peggiore. La proposta di RDC così com’è implica un potenziamento quantitativo della burocrazia disponendo che questa debba “monitorare” la ricerca di lavoro ed organizzare eventualmente i “corsi di formazione” obbligatori per accedere al programma. Paradossale la proposta di “lavori sociali” per alcune ore settimanali da parte di chi riceve il sussidio. Dotare di strumenti e controllare queste attività potrebbe costare quanto se non più del sussidio stesso e per un tempo indefinito[7]. Una pagina a parte riguarda i corsi di formazione. La strategia di Lisbona ci ha lasciato in eredità una serie di “politiche dell’offerta” che copiando le “best practices” nord europee avrebbero guidato le regioni meridionali fuori dal sottosviluppo. Queste politiche si sono basate sugli incentivi alle imprese e sulla formazione dei lavoratori, paradigmi neoclassici. Gli incentivi alle imprese hanno aumentato il tasso di nata/mortalità delle imprese, mentre i corsi di formazione (con incentivo orario) hanno rappresentato una forma di reddito passivo per formatori (generalmente enti privati accreditati) e beneficiari, senza che ci sia stato un riscontro di nessun genere sul mercato del lavoro (sia in termini di tasso di disoccupazione che di occupazione). Non è ben chiaro cosa cambierebbe con il nuovo sistema, chi deciderebbe quali “corsi” necessitano al lavoratore meridionale, in quali campi e di quale intensità?
La confusione teorica
Si è detto che un trasferimento ai disoccupati/inoccupati, a prescindere dalla forma, può avere come effetto ultimo quello di sostenere la domanda aggregata attraverso i consumi. Questo tipo di intervento parte da presupposti diametralmente opposti rispetto alle politiche dell’offerta neoclassiche basate sulla “flex-security”. La proposta del RDC confonde le cose, per rendere “accettabile” ai contribuenti l’elargizione di una somma ai disoccupati (piu’ che proporzionalmente meridionali) deve abbinare alla misura un controllo rigoroso del soggetto ricevente, che deve essere istruito, spinto a lavorare, e severamente punito in caso di inadempienza. Ne viene fuori una figura del disoccupato meridionale propenso all’ozio, all’ignoranza ed al lassismo come stile di vita. Ben si attaglia questo concetto ai recenti dibattiti sul lavoro nel sud. I meridionali sarebbero anche meno produttivi quando un lavoro ce l’hanno, quindi meriterebbero un salario inferiore[8]. Inoltre, secondo l’analisi di Ricolfi sul Foglio, il Sud in generale sarebbe un parassitario assorbitore di risorse pubbliche[9].  Questo quadro sconfortante viene implicitamente avallato dalla proposta di RDC proprio per come è strutturato.
Un Sud perduto o una politica economica sbagliata?
Le politiche economiche applicate nel Sud e, in particolare, gli incentivi europei, peccano di due errori fondamentali: avallare le politiche neoclassiche e pensare che sia possibile applicare “per analogia” politiche economiche identiche a contesti differenti. Si è detto che le “politiche dell’offerta” e le best practices della strategia di Lisbona non hanno modificato il tessuto economico meridionale in misura sostanziale. Se si vuole affrontare seriamente il divario nord-sud, bisognerebbe intervenire con un piano a medio-lungo termine che consideri in primo luogo il divario infrastrutturale (fisico, immateriale e tecnologico), la lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione ed alle clientele parassitarie. Sul lato delle imprese non serve finanziarne di nuove, se le nascenti muoiono perché non riescono ad avere credito a costi accessibili. Sul lato pubblico bisogna efficientare la burocrazia, modernizzandola, imponendo severi controlli di valutazione con premi e sanzioni, togliendo il reclutamento dei funzionari pubblici dalla disponibilità della politica istituendo delle centrali uniche alla stregua delle stazioni appaltanti. La trasformazione del funzionamento del sistema economico meridionale richiederà tempi non brevi, proprio per questo questi interventi dovrebbero essere attuati ad un livello europeo, che lasci da parte le “buone pratiche” nordiche, come parrebbe finalmente avere abbandonato il paradigma dell’austerità espansiva. Se si vuole potenziare l’istruzione bisognerebbe combattere la dispersione scolastica e l’analfabetismo di ritorno, potenziando la formazione pubblica e la ricerca di base. All’interno di una siffatta strategia di sviluppo, troverebbe posto anche un reddito di base, condizionato al solo reddito, senza apparati burocratici e centri di potere a mediarlo, di ammontare simile all’omologo tedesco, sommabile a redditi da lavoro. Il finanziamento di queste strategie potrebbe essere favorito anche dalla revisione complessiva del sistema di incentivi pubblici, della cassa integrazione (da lasciare solo per le aziende con prospettive di rilancio), delle miriadi di lavori sociali e dalla drastica riforma delle società partecipate dal pubblico. Una società dei diritti da contrapporre alla società del privilegio, a meno che non si sia realmente convinti che i meridionali siano esseri antropologicamente inferiori.
[1] Il “reddito di cittadinanza” sarebbe di cittadinanza se fosse connaturato ai diritti di cittadinanza stessi.
[2] Si veda la risposta degli autori al dibattito: Tridico et al. “Reddito minimo e output gap: trucchetto contabile o questione politica?” su Economia&Politica, 30 marzo 2018, http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/reddito-minimo-e-output-gap-trucchetto-contabile-o-questione-politica/
[3] Si ricorda che gli “inattivi” sono coloro che non cercano lavoro, quindi non entrano nel calcolo della disoccupazione effettiva in quanto non sono disoccupati in senso tecnico. La partecipazione di tutti, o parte, degli inattivi dovrebbe portare un beneficio in termini di modificazione del prodotto potenzialmente ottenibile (che dipende appunto dal numero assoluto di lavoratori “occupabili”).
[4] Dati al 2015 del monitoraggio ISFOL: http://www.isfol.it/primo-piano/uscito-il-rapporto-di-monitoraggio-dell2019isfol
[5] In questo saggio si fa riferimento agli articoli della proposta di legge estrapolati da Seminerio nel contributo “Perché il reddito di cittadinanza è di fatto un sussidio incondizionato” https://phastidio.net/2018/03/13/perche-il-reddito-di-cittadinanza-e-di-fatto-un-sussidio-incondizionato/, nel quale sono presenti molte delle obiezioni discusse.
[6] Si veda l’ultimo rapporto a riguardo della CGIA di Mestre: http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2017/08/14-agosto.pdf
[7] A meno che la proposta non abbia limiti temporali come appare nell’ultima bozza del “contratto di governo”.
[8] Il dibattito sul tema è ben rappresentato da Clericetti su Repubblica on-line: http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2016/06/07/nel-sud-salari-troppo-alti-come-no/
[9] Ricolfi :”… se non dovesse staccare un assegno di almeno 50 miliardi di euro all’anno alle regioni del Sud, il Nord sarebbe un’isola felice, una sorta di Svizzera sotto le Alpi”.Si veda a tal proposito la chiarificazione di Petraglia: https://www.eticaeconomia.it/residui-fiscali-regionali-istruzioni-per-luso/

giovedì 21 settembre 2017

Brexit per andare dove?

Oggi, su "Economia e Politica" le mie riflessioni sulle potenziali conseguenze della Brexit per il Regno Unito e per l'Europa.

Brexit per andare dove?

In un’intervista il capo economista della Bank of England[1] ha fatto pubblica ammenda per le previsioni “errate” rispetto ai possibili effetti della Brexit, attribuendo questi errori al diverso comportamento degli operatori rispetto alle ipotesi del modello. Cosa accadrà realmente con la Brexit nessuno può dirlo, dipenderà dall’esito degli accordi che necessariamente dovranno essere presi. Se gli accordi dovessero modificare le libertà fondamentali, la libera circolazione di persone, merci e capitali, le conseguenze non possono che essere negative, perché non ci sono ragioni economicamente sostenibili a supporto del contrario. Nel caso della “hard Brexit” ci sarà una perdita di benessere per tutti, ma i rischi maggiori li correrà proprio la Gran Bretagna.

Aspettative e Brexit
In primo luogo la Brexit vera e propria non c’è stata, questa constatazione ovvia non è stata sufficientemente considerata nel dibattito attuale, allora cosa avrebbero stimato gli esperti della Banca d’Inghilterra? Essi hanno considerato i possibili effetti reali che “l’annuncio” della Brexit avrebbe determinato. Tecnicamente, essi hanno anticipato ad oggi i possibili effetti futuri dell’uscita vera e propria. L’errore che hanno commesso è proprio in questo passaggio, essi hanno assunta come data la Brexit, ma non solo, hanno presunto che l’esito dei negoziati sia di tipo conflittuale (la c.d. hard Brexit). La Brexit in realtà potrebbe anche non verificarsi del tutto, non a causa delle prossime elezioni, quanto per il fatto che analizzando lucidamente i pro ed i contro, il futuro premier del Regno Unito potrebbe convincersi a concordare una Brexit talmente soft da somigliare all’ultimo accordo raggiunto fra Cameron e l’Unione Europea prima del voto.

Effetti positivi della Brexit?
L’economia Britannica, non avendo subito un tracollo immediato, dimostrerebbe che uscire dall’unione possa essere addirittura positivo per l’economia, almeno secondo i sostenitori dell’abbandono del progetto europeo. E’ questo un argomento solido? In primo luogo, è riconosciuto da tempi non sospetti che un certo livello d’incertezza nel valore del cambio e del tasso d’interesse interno possano anche avere effetti positivi per le imprese nel breve periodo[2], pertanto il “mancato tracollo” non è sorprendente. Si può obiettare che la Banca d’Inghilterra ha sempre avuto il controllo sui tassi d’interesse, non avendo la Gran Bretagna adottato l’euro, ma concretamente i trattati vincolavano la gestione dei cambi all’interesse comune europeo[3]. E’ possibile allora sostenere che il calo del valore della Sterlina nell’ultimo periodo stia esercitando effetti positivi, cosa che però sarebbe stata altrettanto possibile se la Gran Bretagna fosse rimasta nell’Unione[4]. Di fatto quindi nulla di nuovo è ancora accaduto. Le previsioni pessimistiche sugli effetti del voto non si sono avverate probabilmente perché gli operatori hanno semplicemente deciso di attendere quantomeno l’inizio dei negoziati, ed il loro orientamento, per decidere il da farsi.

Le possibili conseguenze per il Regno Unito della “hard Brexit”
In campagna elettorale i sostenitori del “leave” non hanno segnalato i reali argomenti di criticità del rapporto fra Regno Unito ed Europa (e soprattutto Germania) come ad esempio il crescente squilibrio della bilancia commerciale Britannica[5], ed il conseguente scontento del mondo delle piccole e medie imprese nei confronti dell’Europa[6].
Gli argomenti cardine della campagna per la Brexit sono stati altri. In primo luogo, si è parlato di “sovranità” in senso lato, soprattutto con riferimento alla gestione dei flussi migratori, e del costo relativo ai trasferimenti verso l’Unione di cui il Regno Unito era contributore netto. Nello scenario di Brexit conflittuale il Regno Unito potrebbe chiudere le frontiere all’immigrazione sia europea che extraeuropea, ma sarebbe positivo? Tutti i modelli di crescita economica di lungo periodo concordano sulla necessità che la popolazione cresca, le economie mature stanno invece andando incontro ad un declino demografico che appare irreversibile, almeno tendenzialmente, tanto è vero che i paesi europei con un più alto tasso di natalità sono quelli con maggior presenza di immigrati[7]. Un certo livello di immigrazione pertanto è funzionale al mantenimento di tassi di crescita almeno al livello attuale. Inoltre, è evidente come il Regno Unito attragga emigrazione “skilled” ovvero con un alto livello d’istruzione e di dinamicità sociale, soprattutto dagli altri paesi europei. Restringere i flussi migratori pertanto potrebbe avere un impatto negativo sulla crescita sia quantitativamente ma soprattutto qualitativamente.
L’altro argomento forte della campagna elettorale è quello relativo al contributo economico che il Regno Unito versava all’UE in quanto “contributore netto” (secondo la CGIA di Mestre per circa 5,5 MLD di Euro annui in media tra il 2000 ed il 2014). In sostanza smettendo di contribuire all’unione, la Gran Bretagna riacquisirebbe la propria sovranità nell’utilizzo dei fondi pubblici addirittura guadagnandoci. Anche quest’argomento in se non è convincente, in quanto implica che la Gran Bretagna sia una realtà coesa ed omogenea anche dal punto di vista economico. La Gran Bretagna è contributore netto, ma Irlanda del Nord e Scozia sono prenditori netti, non a caso la Scozia sta cercando di “rientrare nell’Unione” attraverso un referendum per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, utilizzando il medesimo argomento. E’ presumibile che nel tentativo di convincere queste regioni a rimanere, il governo Britannico debba sostituire i fondi europei con risorse proprie, magari aumentandole. Questo è esattamente l’opposto di quello che è stato promesso, in quanto il governo Britannico si ritroverebbe ad utilizzare i criteri europei (criteri di convergenza) per spendere dotazione finanziaria interna.

La bilancia commerciale
Dati 2015, l’Unione è di gran lunga il primo partner commerciale del Regno Unito, verso cui esporta 229 Miliardi di Sterline importando da essa per 291 Miliardi. Queste cifre rendono evidente il legame economico fra Londra e Bruxelles[8]. I sostenitori della Brexit ipotizzano che, essendo l’Unione Europea esportatore netto nei confronti del Regno Unito, dovrebbe accettare di buon grado qualsiasi tipo di politica commerciale “ostile” senza attuare contromisure. Il ragionamento, di per sè valido, pecca in questo caso nel considerare l’Unione come una realtà unitaria quando non è così. Se ipotizziamo una guerra commerciale tra Unione Europea e Regno Unito, l’Unione ne sarà svantaggiata nell’aggregato, ma l’impatto sarà negativo in misura maggiore per alcuni e minore per altri, ad esempio la Germania perderà più dell’Italia e via discorrendo, mentre le perdite del Regno Unito saranno tutte per il Regno Unito. Inoltre c’è la considerazione che non potendo “ipoteticamente” commerciare col Regno Unito, l’Unione attuerebbe una ricomposizione interna dei propri flussi commerciali attenuando così gli effetti negativi, per poi eventualmente cercare ulteriori accordi commerciali con altre aree del pianeta in funzione della propria forza commerciale (come ad esempio il recente accordo col Canada).  Questa strada non appare così semplicemente percorribile per il Regno Unito. Dall’avvio del meccanismo di integrazione europea i flussi commerciali britannici sono cambiati e l’Europa geografica è uno sbocco irrinunciabile non solo per le esportazioni ma soprattutto per l’Import. Se dovessero tornare le frontiere, potrebbe accadere che questi flussi di importazioni potrebbero rimanere costanti, perché sostituire le merci europee con quelle di altri paesi determinerebbe maggiori costi di trasporto, tali almeno da coprire gli eventuali  dazi. Inoltre la comparsa di una frontiera determina aggravi di costi, superiori alla distanza geografica, come dimostrato da numerose ricerche empiriche[9]. Le alternative all’Europa sarebbero tutte più costose, anche nell’eventualità di “accordi bilaterali” perché le possibilità di ottenere condizioni vantaggiose con altri partner (USA e Russia ad esempio) dipenderebbe dal rapporto di forza economica fra i due contraenti[10], e la Gran Bretagna da sola rischia di dover accettare ciò che viene imposto da altri.

Protezionismo e Svalutazione
Sempre nello scenario “hard” Brexit potrebbe accadere che la liberale Gran Bretagna diventi un paese chiuso, protezionista ed aggressivo sul lato dei cambi, ma è mai avvenuto questo nella storia? La risposta è no. L’Inghilterra da sempre è la patria del libero scambio, teorizzato e praticato, riconosciuto come benefico per la crescita economica, sin dagli albori dell’economia politica. L’Inghilterra conobbe un periodo di dazi esclusivamente come “reazione” a politiche commerciali aggressive da parte della Germania, che includevano la pratica del dumping, nei primi decenni del ‘900. Si può validamente argomentare che un numero sempre crescente di stati stia riconvertendo le proprie politiche economiche verso un “nuovo protezionismo”, tuttavia è ancora grande la consapevolezza[11] che questa non sia la soluzione, in quanto l’innalzare di nuove barriere ridurrebbe la ricchezza in termini aggregati, ed in un contesto del genere un singolo paese corre maggiori rischi rispetto ad un’area di libero scambio. Non diversa è la storia sul lato dei cambi, il prestigio internazionale della Sterlina ha rappresentato storicamente un punto irrinunciabile della politica monetaria Britannica, infatti, la difesa strenua del cambio della Sterlina tra le due guerre mondiali, è considerata la causa del deflusso d’oro verso gli Stati Uniti che determinò l’avvento di New York come maggiore centro finanziario internazionale[12]. Inoltre, la rigidezza con la quale i governi Britannici hanno contrastato l’inflazione negli anni ’80 rende veramente difficile immaginare un contesto di svalutazioni e inflazione a soli fini commerciali.

La terza delle libertà fondamentali
Dal punto di vista strategico la posizione del Regno Unito era invidiabile nel momento in cui pur nel mercato unico, poteva decidere (almeno parzialmente) la propria politica monetaria e poteva porre il veto a decisioni europee che potessero danneggiare gli interessi Britannici, quali ad esempio maggiori imposte sui flussi internazionali di capitali (e sulle “trust limited”) o sulla politica estera dell’unione. Ora che “out is out” l’unione in sede di trattativa ha uno strumento di pressione importante che riguarda la finanza. La Gran Bretagna è il primo centro finanziario in Europa, la libera circolazione dei capitali fa sì che i profitti finanziari pesino per l’8% del PIL del Regno Unito. Inoltre 80 su 358 banche che operano nel Regno Unito hanno la loro sede centrale in altri paesi Europei rendendo il sistema bancario e finanziario estremamente interconnesso. In pratica il ruolo finanziario della Gran Bretagna non è dovuto (solo) alla sua forza economica, ma al fatto che molte imprese e società europee ed extraeuropee lo utilizzano come centro finanziario[13]. La semplice minaccia da parte europea di limitare i flussi finanziari da e per il Regno Unito, o di modificare la tassazione degli utili da questi prodotti, potrebbe portare alla fuga di tutte quelle società che operano prioritariamente verso l’Europa, che sposterebbero la loro sede giuridica dal Regno Unito ad uno qualunque dei paesi europei con la tassazione più simile. E’ inutile sottolineare che gli effetti per l’economia britannica potrebbero essere catastrofici.

Conclusioni
Riassumendo, in cambio della possibilità di attuare una politica migratoria restrittiva e di un risparmio di circa 5,5 MLD di euro annui, la Gran Bretagna ha accettato di correre il rischio di disgregarsi, di perdere il proprio ruolo di centro finanziario internazionale, di impoverirsi culturalmente, di diventare irrilevante in termini di politica estera e di dover deformare i propri flussi commerciali in maniera permanente. Accadrà questo? Probabilmente no, la “Hard Brexit” penalizzerebbe tutti inclusi gli europei, questa considerazione dovrebbe portare le trattative verso una qualche forma di “partenariato stretto” che salvi la sovranità del voto popolare ma anche gli interessi economici del Regno Unito che si concretizzano nelle libertà fondamentali. Gli operatori si sono mostrati prudenti, o semplicemente scommettono su un accordo che somigli molto all’ultima bozza negoziale ottenuta da Cameron prima del voto (accordo vantaggioso per i Britannici). Se così non dovesse essere ed al tavolo delle trattative dovessero prevalere interessi particolari, schermaglie politiche a fini interni e sottovalutazione dei rischi, le conseguenze negative potrebbero essere anche più pesanti di quelle stimate dagli uffici studi della Bank of England e dalla Brexit usciranno tutti sconfitti.


[1] “The Guardian” interpreta il discorso di Haldane: https://www.theguardian.com/business/2017/jan/05/chief-economist-of-bank-of-england-admits-errors.
[2] Si veda a tal proposito De Grauwe, Paul ”Economia dell’unione monetaria”, Il mulino, 2013, nona edizione: Pag. 78.
[3] La questione è disciplinata dall’art. 109 M del trattato di Maastricht che impone ai paesi esterni all’UEM, ma interni all’Unione di trattare il proprio tasso di cambio come “.. un problema d’interesse comune..”. Si afferma implicitamente che il cambio Euro/Sterlina è stato quindi soggetto ad una forma di fluttuazione amministrata.
[4] Sempre De Grauwe sottolineava che l’ingresso della Gran Bretagna nell’Euro, con una sterlina in calo, avrebbe rappresentato un rischio per gli altri paesi Europei (ibid. Pag. 180)
[5] Si veda a tal proposito Realfonzo R., Viscione A. “Brexit o remain? Ovvero la guerra commerciale anglo-tedesca” Economiaepolitica.it 2016 anno 8 n. 11 sem. 1. In questo articolo vengono evidenziati anche alcuni rischi potenziali della Brexit per l’economia britannica.
[6] L’argomento è riportato in Moro, D. “Brexit come crisi dell’Uem e della globalizzazione” Economiaepolitica.it 2016 anno 8 n. 12 sem. 2.
[7] Si vedano a tal proposito le interpretazioni del Demografo Livi Bacci con riferimento al World Population Prospects del 2015 delle Nazioni Unite.
[8] Dati della Banca D’Inghilterra disponibili nel report: http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/speeches/2015/euboe211015.pdf
[9] Si può vedere a tal proposito C. Engels, http://www.ssc.wisc.edu/~cengel/PublishedPapers/HowWideIsBorder.pdf.
[10] Nello specifico dall’ampiezza del proprio mercato in termini di popolazione, e dalla quantità e varietà di merci che si propongono nello scambio.
[11] Al recente vertice G7 di Taormina è stato preso un impegno di massima a contrastare il protezionismo al quale hanno aderito anche gli Stati Uniti.
[12] Per i riferimenti storici si veda Giura, A. Dell’Orefice V. “Lezioni di Storia Economica” (1987).
[13] A riconoscimento del ruolo di “leader” finanziario, l’Autorità Bancaria Europea era stata dislocata proprio a Londra.