venerdì 27 gennaio 2012

Il giovane Michel ed il vecchio dentro.

Ho dato il beneficio del dubbio a Michel Martone, il messaggio "chi è iscritto all'Università e non si è laureato a 28 anni è uno sfigato", l'avevo preso per quello che era, una provocazione. D'altro canto, una persona della sua cultura, sapeva perfettamente che avrebbe generato un dibattito, nel quale avrebbe potuto esplicitare meglio le sue idee magari rendendole vincenti e digeribili all'opinione pubblica, anche studentesca.

Ma, dopo aver visto la prima mezz'ora della sua partecipazione ad "8 e mezzo" devo dire che mi sbagliavo.

Partiamo dal concetto in sè, essere iscritti a vita all'Università credo non possa essere considerato motivo di vanto, ma che senso ha stabilire un'età? Che calcolo ha fatto il buon Michel? Vediamo, se il corso di studi è quinquennale Michel regala 4 anni da fuori corso prima di entrare nella "sfiga area", ma questo vale per tutti? Dalle materie umanistiche a quelle economiche e sociali..... ma gli Ingegneri? I tempi medi di Laurea, ai nostri tempi, erano di 9 anni per un Ingegnere Civile (a Cosenza dove ho studiato), questo non perchè fossero particolarmente stupidi, ma perchè fare Scienze delle Costruzioni, Fisica Tecnica ed altre quisquiglie prendeva un certo tempo. Dargli anche degli sfigati mi sembra troppo, quelli che ho conosciuto io hanno già sofferto abbastanza. Per non parlare di Astrofisici, Fisici, Chimici, Matematici etc.  Da uno scienziato ci si aspetterebbe maggiore cautela, dire "4 anni in più del tempo medio di laurea del settore scientifico..." sarebbe suonato un pò meglio.
Sfigato come termine poi, io non lo userei neanche al bar, fà molto supergiovane.

Successivamente c'è chi si iscrive a 30 o anche dopo, è sfigato in partenza? In molti paesi si parla di "formazione permanente" ma siamo su altri pianeti, più banalmente la cultura è uno dei pochi beni che generano un impatto socio-economico sempre positivo, basti pensare alla capacità di interpretare un documento qualsiasi, dinstinguere fra quali siano i comportamenti virtuosi e quali non, il senso civico etc.

Mettere al tempo di studio la scadenza tipo yogurt mi appare quanto mai fuori luogo.
 
La stessa argomentazione sui sedicenni che sono bravi se scelgono istituti tecnico-professionali e non l'università mi pare piuttosto debole. In primo luogo perchè raramente i diplomi tecnico professionali incontrano la domanda effettiva di lavoro (motivo pratico), secondariamente a 16 anni difficilmente si è in grado di sapere se si diventerà astronauti o racchettapalle a Wimbledon, ghettizzare in partenza alcuni come adatti solo a fare lavori manuali mi pare un po eugenetico (motivo teorico) e nel Sud Italia potrebbe regalare personale ad un altro tipo di imprese.
Meglio una scuola di qualità per tutti, che insegni le basi e poi ognuno si specializza come crede, anche in azienda, altrimenti i contratti di formazione e apprendistato a cosa servono?

A questo punto durante la trasmissione ci si aspetta che Michel spieghi, dopo essersi preso il sacrosanto cazziatone da Zucconi dagli States ed aver chiesto scusa (lodevole), una studentessa elenca i problemi "reali" che affrontano gli studenti, dalla mancanza di alloggi all'inadempienza degli Atenei con le borse di studio, che penalizzano tutti ma impattano ancor più brutalmente su quelli bravi con meno risorse che troppo spesso abbandonano (i veri sfigati).

Ma finalmente quando è il suo momento Martone dà il peggio di se, citando debito pubblico e spread, mancava l'umidità, che diavolo di senso ha sollevare un tema per poi sfuggirne?

Se i tempi di laurea si dilatano in Italia, ciò è dovuto ad una serie di problemi gravi che attanagliano l'Università da molti anni, ne cito solo alcuni che ho riscontrato personalmente: dalla qualità della selezione docente, alla qualità della didattica (che discende dalla precedente), dall'inadeguatezza delle strutture all'assenza di supporto per gli studenti, sia per quanto concerne la didattica sia per quanto riguarda la burocrazia. Per finire con le scuole secondarie superiori che stanno scadendo di livello, consegnando all'Università studenti a cui troppo spesso mancano le basi, e che quindi ci metteranno più tempo.

Ci aspetteremmo, da un uomo della caratura di Michel Martone, soluzioni, dato che ora è al governo, dopo essere stato solo consulente. Pazienza se non è all'Istruzione e Ricerca, non è un problema, una visita con chiacchierata al ministro Profumo è meglio di una provocazione a mezzo stampa, o no?


giovedì 12 gennaio 2012

Cos’è la Decrescita? Può essere Felice?

Il dibattito aperto dai teorici della Decrescita mi appare assolutamente surreale.

Non perché da spocchioso Economista di provincia non possa accettare che i miei 11 anni di studi post laurea possano valere meno delle intuizioni di Pallante, o che il mio master nel Regno Unito sia stato solo un modo per abituarmi all’umidità, quanto perché molte delle cose teorizzate esistono già o attengono al comune buonsenso.

Partiamo dal PIL, ultimamente aumenta il numero di coloro che ne sono allergici, l’allergia al PIL è incurabile, specie se chi ne parla non ha idea di cosa sia.
Il PIL può essere decomposto in vari modi, almeno 3. Se noi parliamo di produzione e di consumo, tutte le obiezioni dei Decrescenzialisti sono pertinenti, possiamo consumare meno ed essere più felici, possiamo produrre meno ed essere più felici.
Ma se scomponiamo il PIL dal punto di vista distributivo, ovvero come la somma fra Salari (tutto quello che i lavoratori guadagnano) Profitti (tutto ciò che gli imprenditori guadagnano) e Rendite (tutto ciò che i proprietari di mezzi a vario titolo produttivi guadagnano), dimostrare che la riduzione del PIL possa far felice una di queste tre categorie mi pare arduo.

Prendiamo la Rendita, affitti, interessi su soldi prestati etc. Se si riduce spostando somme verso i salari e i profitti, saranno più felici alcuni e meno i renditieri, la rendita non è direttamente produttiva, ma queste si chiamano Politiche Redistributive, esistono da quando esiste l’Economia Politica, non c’era bisogno di una nuova teoria. Per non dire che la lotta alla rendita era già ben presente negli scritti di Carl Marx.

Il dibattito è sul modo di misurare la nostra “felicità”, il PIL non sarebbe adatto, bella osservazione, si scontra con le difficoltà tecniche di trovare misure alternative. Chi si occupa del tema sa che ci sono misure utilizzate a livello locale per stabilire la “vivibilità” delle città ad esempio.
Anni fa lavorai sulla “dotazione infrastrutturale delle province italiane”, in riferimento non solo a strade, aeroporti, acquedotti, ma anche scuole, teatri, impianti sportivi etc. Di cose che fanno felici insomma. Scoperta delle scoperte, le province meridionali in genere, ed a più basso reddito (PIL provinciale), ma soprattutto con una minore dotazione di infrastrutture civili, sono sempre quelle che vengono messe agli ultimi posti delle graduatorie sulla “qualità della vita” che sarebbe la felicità nel senso Pallantiano del termine.

E’ possibile costruire scuole ed infrastrutture civili con i metodi della Decrescita? No.

Altra obiezione sul cavallo di battaglia dei teorici della Decrescita, il risparmio energetico, la Decrescita crea posti di lavoro perché potremmo adeguare le case agli standard energetici. In futuro consumeremo meno ed il PIL diminuirà, giustissimo, ma si chiama logica non decrescita.
Nel frattempo fare un cappotto termico ad una casa degli anni ’70 costa un’ira di Dio e fa aumentare il PIL (anche per coloro che ne sono allergici).

Bisogna trasferire risorse verso queste best practies, si dice “entro il 2040 tutte le case andranno ad emissioni zero”, e via incentivi all’adeguamento e monitoraggio degli interventi, ma si chiama Programmazione Economica, esiste da un po’, e dal 1984 che non viene più fatta in Italia.
Alcuni lo sapevano da prima e sostenevano che andasse fatta, ma venivano tacciati di Stalinismo. E’ stato anche cambiato nome al Ministero preposto, che una volta si chiamava “Bilancio e Programmazione Economica”.

Ultimo tema, non è possibile la crescita infinita, vero, credo nessuno abbia mai sostenuto pubblicamente il contrario.  Ma anche questo è un dibattito noto, fra crescita e sviluppo. Siamo cresciuti troppo, dobbiamo smetterla, dovremo smetterla quando tutti saremo “felici” ovvero quando il nostro livello di reddito ci consenta una vita dignitosa nel senso della nostra Costituzione.
Siamo a quel punto? No, se pensiamo a molte regioni Italiane, fottutamente no se pensiamo ai paesi poveri.

Si chiama Crescita Sostenibile o Sviluppo Sostenibile, e si fa anche in presenza di una produzione stagnante. Portare l’acqua in un remoto villaggio Africano fa sviluppo economico, crescita e felicità, anche se per finanziarla bisogna rinunciare a qualche caccia-bombardiere (per fare un esempio di modifica a saldo zero), “dobbiamo spendere in opere di pace quello che spendiamo in opere di guerra” diceva Keynes negli anni ’30.

La crescita economica e lo sviluppo non sono obblighi, ma sono delle conseguenze anche delle politiche suggerite dai teorici della Decrescita, termine che economicamente non vuol dire nulla, se vogliamo essere precisi.

Se poi il discorso è che la produttività non può crescere indefinitamente, e che la produzione non può crescere indefinitamente, d’accordissimo, ma appunto per porre rimedio a questi problemi esistono da anni scuole economiche che propongono (inascoltate) la Redistribuzione del Lavoro ed il Reddito d’Esistenza. Queste cose unite ad un nuovo modo di intendere il rapporto fra uomini e merci (che è la parte interessate del contributo della Decrescita) può contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo.

In conclusione, la teoria sulla Decrescita Felice ha un indubbio valore positivo, perché riporta all’attenzione dell’opinione pubblica problemi importanti spesso relegati ai margini del dibattito, fa discutere di Economia anche persone che hanno vissuto intere esistenze delegando le scelte sulle loro vite ad altri. Pone un accento importante sulla tutela dell’ambiente e su uno stile di vita sostenibile per il pianeta.

Altro sono le proposte, bisogna sempre diffidare di chi propone soluzioni semplici a problemi che sono enormemente complessi, è la tecnica dello sciamano-guaritore.

giovedì 15 dicembre 2011

La "Rivergination Impossible" della lega nord

Vedere le immagini di ieri ed oggi in parlamento mi ha suscitato sentimenti contrastanti.

Da un lato la faccia finalmente sorridente di Calderoli, che esprime il sollievo di non essere più al governo (al suo sollievo aggiungo anche il mio) rappresenta quell'idea giocosa del bambino alle elementari, che dopo due ore a fare i noiosi conticini, finalmente può uscire in cortile a giocare per la ricreazione. E via col pennarello a scrivere "ti voglio bene mamma", "abbasso le verdure",  "le tasse sono brutte".

Dall'altro gli insulti a Schifani e Fini mettono in moto (purtoppo) i soliti sentimenti di disprezzo profondo nei confronti di chi, alla faccia degli ideali, si conferma refrattario ad ogni forma, anche minima, di coerenza politica.

La strategia leghista di oggi è semplicissima, urlare fortissimo che si è contro le misure Montiane, sperando che gli elettori siano così ottusi da crederci di nuovo alle prossime elezioni.

Ho le mie ragioni per credere che questo tentativo potrebbe fallire.

Prima obiezione: governo del fare. E' già bastato Monti all'ennesimo attacco, e nonostante il guaio di conciliare una coalizione impossibile, improbabibile ed improponibile, a zittire qualunque leghista con la frase di ampio significato storico "ma scusate perchè non avete fatto voi le manovre visto che avete governato 8 anni negli ultimi 10". Questione chiusa. Non far niente non è una politica, avvantaggia i forti contro i deboli, esattamente ciò di cui si accusa Monti.

Seconda obiezione: diversità. I leghisti hanno raccolto consensi dicendo di essere diversi, diversi da chi? I fatti dicono che non è stato così. Una volta al governo hanno perpetrato le stesse metodologie di gestione politica che contestavano al pentapartito. Uomini nei consigli di amministrazione delle partecipate pubbliche (compreso il cda RAI), parenti-amici piazzati quà e là, dai figli di Bossi (consigliere regionale e portaborse europeo) allo scandaloso contributo pubblico per la scuola privata della moglie. Alle spese inutili, come i ministeri al Nord. A chiudere definitivamente il discorso sulla diversità leghista arrivano gli unici due parlamentari che si dimettono per mantenere il vitalizio, di quale partito? Leghisti ovviamente! Dussin e Pirovano, entrambi col doppio incarico, doppia sedia doppio culo. Si direbbe a Napoli ommemmer........itevoli.


http://isegretidellacasta.blogspot.com/2011/12/e-sono-due-un-altro-leghista-si-dimette.html


Terza obiezione: efficienza. Siamo meglio noi degli altri, quì finisce la Rivergination tentata da Maroni, Leghista ministro dell'interno, acchiappa Casalesi, inflessibile con i migranti, peccato che da sotto il naso gli sia sfuggito il vicepresidente del consiglio regionale in Lombardia, appoggiato dalla Lega, che prendeva tangenti alla vecchia maniera con tanto di busta formato famiglia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/tag/nicoli-cristiani/


Carissimo Maroni, secondo me, se salvi Romano e Cosentino in parlamento, a qualcuno il dubbio che ci sia l'impunità per i potenti potrebbe anche venire....... o no?


Votare per arrestare mezzo mondo durante la ricreazione non credo servirà a cambiare le cose.





mercoledì 30 novembre 2011

Qualcuno di cui fidarsi

Le notizie che arrivano oggi si presterebbero ad una buona dose di speculazione politica, carino il paradosso del PDL Lombardo che aveva parlato di "questione morale" nel PD per il caso Penati, peccato che uno dei loro in consiglio regionale sia arrestato a momenti in fragranza di tangente, con tanto di busta piena di soldi in casa.

Verrebbe bene pure la battuta sul perchè il PDL si oppone strenuamente alla limitazione del contante (cosa che tra l'altro avviene in Gran Bretagna patria del liberismo, manco fosse l'URSS).

Ma quello che inquieta e pone gli interrogaivi più pesanti è quello che accade in Calabria. Hanno arrestato un pò di tutto, Politici, Giudici, Avvocati, Finanzieri e chi più ne ha più ne metta.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/30/ndrangheta-arrestato-magistrato-calabrese-favoriva-cosche/174168/

C'è anche il caso della moglie del giudice nominata commissario dell'Asl di Vibo proprio per i rapporti di "collaborazione" con i politici invischiati. Insomma, il controllore che non controlla un'accidente perchè è stato messo lì proprio da chi chiudeva gli occhi sul malaffare.

Lo sconforto diventa totale quando emergono le implicazioni dei finanzieri.

Di chi ci si può più fidare? Meno male che la "toga rossa" per eccellenza sia venuta a fare un pò di pulizia, tra l'altro indagando su altre faccende, ma basterà? A chi possiamo chiedere aiuto? Ai tecnici? Ma ce l'abbiamo un Monti in Calabria? Probabilmente no, se i commissari straordinari sono quelli di quest'inchiesta stiamo freschi. Dobbiamo far tornare i Piemontesi armati?

Che risposte può dare la politica? Per ora nessuna, Scopelliti, il Berluschino per eccellenza, con tanto di giuramento-pagliacciata con Berlusconi in campagna elettorale, ha dichiarato giustamente di voler leggere gli atti. Ha ragione. Ma siccome è già il secondo che gli arrestano sarebbe il caso di chiedersi come diavolo ha selezionato i candidati.
http://www.ilquotidianoweb.it/it/calabria/reggio_consigliere_regionale_santi_zappala_dimissioni_lettera_carcere_associazione_mafiosa_.html

Siccome Zappalà è stato arrestato perchè chiedeva i voti alla ndrangheta e Morelli è considerato dagli inquirenti l’anello di collegamento tra i clan e gli ambienti politici nazionali, sarebbe il caso che Scopelliti si cominci a chiedere con quali voti è stato eletto.

Ovviamente nessuno si aspetta che si dimetta, ci mancherebbe altro, la mattina li conterà in consiglio regionale, finchè ha la maggioranza rimane.

Nel frattempo si può solo auspicare una rivolta della Calabria civile, di quella maggioranza silenziosa, che ora come ora, non può fidarsi di nessuno.

giovedì 24 novembre 2011

I licenziamenti facili e le dimissioni impossibili.

L'evoluzione del dibattito politico è sempre piuttosto casuale e mette a confronto spesso situazioni paradossali.

Ad esempio la richiesta di dimissioni presentata da 4 (ripeto 4) esponenti del PD nei confronti del responsabile economico del partito Fassina. La motivazione, diciamo per esemplificare, è di essere andato troppo a sinistra. Per un partito che incorpora una parte dell'ex PCI, sembrerebbe una contraddizione, e invece no.

L'aria c.d. "Liberal" imputa a Fassina di non essere un sostenitore delle riforme del mercato del lavoro proposte dal giuslavorista Ichino (sempre in quota PD) le quali recepirebbero in maniera compatibile le proposte della BCE.
Riassumendo in maniera semplice questo schema di riforma dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori, implicherebbe nel nuovo mercato del lavoro secondo i promotori: flessibilità in entrata, flessibilità in uscita, ammortizzatori sociali e continuità contributiva per chi esce dal mercato del lavoro.

A mio avviso queste tre cose si dividono in tre categorie: una è inutile, una è dannosa mentre la terza è (attualmente) impossibile.

La flessibilità in entrata esiste già, non esistono vncoli di nessuna natura all'assunzioni di nuovi lavoratori, ne giuridici ne sostanziali, in quanto il volume della disoccupazione in Italia è enorme ed in costante aumento, in tutti i segmenti, quindi non si capisce per quale motivo le aziende dovrebbero sentirsi impedite dall'assumere. Esistono una serie di contratti atipici di formazione etc. che già oggi sussidiati dallo stato permettono corposi risparmi per le imprese, e danneggiano i precari che il più delle volte lavorano in violazione delle norme di legge (ma questo tema non fà dibattito). E' da sottolineare che gli strumenti contrattuali flessibili italiani hanno caratteristiche introvabili nel resto dei paesi industriali, sono utilizzati essenzialmente dal settore pubblico (per aggirare il blocco delle assunzioni), sono sottopagati rispetto a quelli a tempo indeterminato (il chè è una contraddizione con lo strumento), e infine danno diritto ad una pensione risibile (visto il basso livello di contributi versati) che scaricherà sul pubblico i costi sociali di una generazione di pensionati senza pensione.

In sostanza i costi della flessibilizzazione del mercato del lavoro, li stanno pagando già i lavoratori precari da circa 10 anni.

La dannosa è la flessibilità in uscita, le ragioni per cui è deprecabile sono molteplici, rimanendo a quelle di ordine economico, un elevato turn over dei lavoratori riduce la produttività, danneggia l'impresa, perchè non dà stabilità di mansione ai lavoratori e genera diseconomie di costo (molteplici studi teorici ed empirici lo hanno già ampliamente dimostrato). La generazione di cinquantenni che sarà respinta dal mercato del lavoro nel caso di licenziamento non troverà facilmente ricollocazione, andrà sostenuta e riqualificata dallo stato oppure accompagnata alla pensione con costi solo per il settore pubblico. I lavoratori potranno essere facilmente discriminati sul luogo di lavoro e ciò genererà un peggioramento delle condizioni "morali" di vita dei lavoratori. Il che si traduce ancora una volta in un peggioramento della produttività.

Una ristrutturazione degli ammortizzatori sociali, nelle attuali condizioni del bilancio statale, e con l'attuale composizione del parlamento, è semplicemente impossibile.
Gli strumenti per garantire continuità contributiva e sussidi di disoccupazione a chi perde il lavoro o ai precari, erano già presenti nel "libro bianco" di Marco Biagi. L'allora governo prese solo la parte conveniente del libro bianco, le forme contrattuali di neo-sfruttamento, e dimenticò la parte relativa agli ammortizzatori sociali, che è quella costosa.

Il rischio che sia discussa la proposta Ichino è concreto, come concreta è la possibilità che si attui solo la libertà nei licenziamenti lasciando a futura memoria l'introduzione di ammortizzatori degni di un paese civile, o l'introduzione di un'integrazione pubblica agli stipendi da fame dei precari.

In questo contesto l'attacco a Fassina è quantomeno ingiustificato, anche perchè su questo tema il pacchetto Monti-BCE sul lavoro è a scatola chiusa.

Ci sarebbero riforme veloci e licenziamenti facili che si potrebbero fare, ad esempio nelle partecipate pubbliche, c'è il caso di Finmeccanica, che come è stato spiegato in uno splendido servizio di Report funge da collocamento per molti parenti-figli e amanti scemi dei politici. In questo caso il licenziamento di Guarguaglini sembra impossibile, nonostante sia già pensionabile.

Una buona riforma sarebbe azzerare i cda delle controllate, ricontrattare i salari dei dirigenti collegandoli alla produttività, ed affidare "tutte" le nomine alle Authorities, nominate a loro volte dal Capo dello Stato magari in collaborazione con la Corte dei Conti, che valuterebbero i risultati di gestione anno per anno.

Si può fare questa riforma o dobbiamo aspettare che Guarguaglini sia preso dalle teste di cuoio?

giovedì 17 novembre 2011

L'Asino Cornuto

Ebbene si, che i leghisti non abbiano sempre brillato per acume è una cosa piuttosto assodata, ma Calderoli questa volta l'ha sparata veramente grossa. Chi è Calderoli? Si potrebbe dire tanto, ma a me piace ricordarlo come l'uomo che bloccò una pattuglia dei vigili del fuoco (ed i loro relativi stipendi) ad osservare un mucchio di fogli di carta che bruciavano, le sue c.d. "leggi inutili", perchè non sapeva che le leggi inutili non essendo più applicate si disapplicano, e quindi non ci sarebbe stato bisogno di bruciarle.
Insomma un genio, uno che passa le giornate così.
Tutti si saranno chiesti, qual'è il commento di questa volpe al nuovo governo? Io no, ma lui ha dovuto dire la sua lo stesso. Commentando il Ministero della "Coesione Territoriale" con queste parole riprese dal Messaggero: "il riscontrare la nascita di un ministero per la coesione territoriale significa aver creato il ministero del centralismo ovvero che ancora una volta il Nord verrà spremuto per garantire a qualcuno di continuare a mangiare a sbafo....".
E quì casca l'asino, pardon. Lasciando perdere che questo ministero esisteva già (lo aveva Fitto e si chiamava più o meno "Rapporti Regionali e Coesione Territoriale", ma non biasimo Calderoli, credo che nessuno se ne fosse realmente accorto, ne tantomeno che Fitto fosse Ministro).
La parte interessante riguarda il mangiare a sbafo, niente diceva il solerte Calderoli quando rompendo gli argini, il suo governo nominava ministri e sottosegretari come se piovessero, da Romano, ai tre sottosegretari Calabresi comparsi dal nulla (Gentile, Misiti, Galati) con deleghe a caso, una vale l'altra.
Nulla, diceva il solerte Calderoli, mentre la moglie di Pisacane (responsabile salvatore del governo) si quintuplicava lo stipendio all’Istituto di Sviluppo Agroalimentare (Isa), nonostante sia laureata in legge (da Il Fatto Quotidiano). Ne tantomeno ha abbaiato ai mangiatori a sbafo, il solerte Calderoli, quando la Gelmini a governo finito e Monti fresco di investitura, nominava al CNR un 74enne Napoletano già famoso per gli scandali di Parentopoli.
Forse sfugge un dettaglio, al solerte e fortunatamente ex-ministro Calderoli, o forse la matematica la studiò col trota, ma il nuovo governo, prima ancora di varare una sola legge, ha effettuato un cospicuo risparmio tagliando i ministeri e di conseguenza i sottosegretariati delle deleghe "alla cazzo" che si davano fino a 15 giorni fà.
I mangiatori a sbafo sono in diminuzione, ma forse non se ne è accorto.
E' il bue che dice cornuto all'asino o forse solo un asino cornuto.

venerdì 11 novembre 2011

c'è chi l'aveva detto

Adesso che siamo nella merda fin sopra i capelli, molti si chiedono che cosa hanno fatto gli Economisti per evitarlo, come se gli Economisti fossero una categoria dello spirito, e non invece una categoria nella quale non tutti la pensano allo stesso modo. Io da Economista una cosa l'avevo fatta, avevo sostenuto questo appello, scritto almeno 5 anni fà. Leggerlo o rileggerlo farebbe bene a chi si fà certe domande.
http://www.appellodeglieconomisti.com/